giovedì 13 febbraio 2014

Si vabbè, è un po' tardi, lo ammetto. Ma le foto di Turu mi hanno messo dentro una felicità particolare.
Ma scrivo comunque.

Dieci persone che hanno reso il mio Baumela 2013 speciale. Chiai. Credo che per lui ci siano poche presentazioni da fare: è partito col destino segnato, ed ha finito il campo ancora peggio. Dogate, letti rotti, canzoni (Bad Boys in particolare, ma ricordiamo anche ‘Chiai, superfantastico Chiai!’) hanno reso il mio campo felice e mi hanno aiutato a divertirmi davvero. Poi, a fine campo, gli ho chiesto scusa. Ha detto:’Non importa, ormai…’. Una risposta che dice tutto. Samuele Crispu. Lo conoscevo da tanto, tantissimo. Forse, però, non avevo mai avuto l’occasione di conoscerlo così bene. Sapevo che era scoppiato, ma lui mi ha fatto fare un passo in più. Ha reso le giornate in camerone migliori (soprattutto le nottate) ma per me è stato di più: un amico, un punto di riferimento su cui contare, sempre. Abbiamo vascheggiato, riso alla grande, spaventato gente durante i giochi notturni, fatto gavettoni, e alla fine anche alla pizzata eravamo affianco. Resterà quella frase, che mi ha detto a fine campo. ‘Sei un grande’. Amico vero, andrà lontano. Luca Pirarba. Le ragazze impazzivano per lui appena lo vedevano, ci mancava poco che urlassero e lo sbattessero a terra pur di riuscire ad attaccarci bottone. Ovviamente scherzo, ma credo che poco ci mancasse. Con lui è nato un rapporto tranquillo, che all’inizio era strettamente legato a discorsi sulle ragazze, poi pian piano è diventato qualcosa in più. E’ diventato quasi un essere fratelli, un confronto sempre più vivo, un’amicizia. Un’amicizia vera. Eleonora Mura. La conoscevo di vista, da quel venticinque aprile in cui avevo avuto occasione di scattarle qualche foto. Mi sono subito reso conto di come fosse fatta, ma è stato al campo che ho scoperto veramente com’era. Simpatica e bella, tanto bella, tant’è che i ragazzi con lei ci provavano a dismisura, una cosa esagerata. Ho pensato: prima che se ne vada questa ragazza avrà trovato un ragazzo. E invece no. Non si è messa con nessuno, e con la semplicità di un bambino era in grado di legare con tutti. Ma per di più, è stata umile: al contrario di quanto avrebbero fatto molte ragazze della sua età, non si è montata la testa ed è rimasta la stessa tutti i giorni del campo. Una cosa molto complicata, per tutti. E io l’ho apprezzato. Ho deciso che si, avrei dovuto farglielo sapere, con un bigliettino, in anonimo. Poi, però, la sera l’ho sentita parlare con qualcuno, e si chiedeva chi glielo avesse scritto. L’ho presa da parte e le ho detto che ero stato io. Mi ha abbracciato e ho capito: ho capito che era una ragazza d’oro. Chiara Turunen. Anche lei non ha bisogno di presentazioni. La conosco da tre anni, i tre anni in cui più di tutti la mia vita è cambiata. C’è ben poco da dire: mi è stata vicina quando la vita mi sembrava mi avesse puntato il dito contro, quando qualcuno aveva deciso di abbandonarmi e io mi sentivo solo come non mai. Quest’anno mi ha visto piangere di gioia dopo un anno terribile. Ha pianto con me, si è commossa e ha detto che ero uno stronzo, che non avrei dovuto farla piangere di nuovo. Ma, purtroppo per lei, non ci sono riuscito. Lucia Carta. Persona fantastica, capace di farmi capire cosa provavo dentro e di tirarlo fuori. Una volta finito il campo, sono entrato in Chiesa, a prendere la tastiera. C’era anche lei, e sono scoppiato a piangere di nuovo. Mi ha abbracciato: ‘Perché piangi?’. Le ho spiegato cosa avevo passato, ho pianto come non mai, mi sono sfogato e lei mi abbracciava, piangeva con me, piangeva nel sentire la mia storia. E ho capito che ne era valsa la pena ad andare avanti e non arrendermi davanti alle difficoltà, che quell’anno terribile era servito a rendermi più forte. Più forte di tutto e tutti. Serena. Mi conosce dalla quarta elementare, da quando io ero un mocciosetto che puntualizzava su tutto e lei era una adolescente effervescente. Non che l’effervescenza sia passata, quella non passa e non passerà mai, ma le cose sono cambiate. Siamo cresciuti, diventati diversi, forse migliori. Con lei il rapporto è sempre il solito: lei l’educatrice, e io il rompipalle. C’è poco da dire: passeranno gli anni, ma il nostro rapporto non cambierà mai. Mai. E forse è proprio per questo che le vorrò sempre bene. Laura Cordeddu. All’inizio non sapevo manco che fosse al campo. ‘Figurati se quella ragazza bella amica di Ale Deplano pensa di venire al campo, tz’; e invece mi sbagliavo. Non ricordo come ci siamo conosciuti, forse con la macchina fotografica: anzi, probabilmente. Ma non importa, questo; quello che importa è cosa si è formato dopo, cosa è nato dopo. All’inizio la vedevo come irraggiungibile, e forse è stato proprio questo senso di ‘irraggiungibilità’ (se così si può dire) a rendere il nostro rapporto speciale. Una persona fantastica, una persona di cui tutti, compreso io, avrebbero bisogno di avere affianco. Lei. Non voglio stare qui ad elencare tutto quello che mi ha insegnato la sua esperienza. Ma vorrei almeno dire perché per me lei è e rimarrà speciale. Lei è stata capace di sollevarmi, tirarmi di peso, risvegliarmi da un sonno che dentro sé aveva un incubo. Un incubo chiamato Michela. Lei è stata capace di strappare via quella sofferenza e rendermi un ragazzo nuovo. Ed è per questo che non la ringrazierò mai, anche se è andata male.
Nonno. Ho sempre avuto un rapporto speciale con lui e come sempre, prima di una nuova avventura, ci ho parlato. Avevo paura potesse andare tutto male, avevo paura che il mondo mi cadesse addosso, che lì tutto mi sarebbe potuto crollare sopra. Lui mi rassicurava, mi diceva che sarebbe andato tutto bene, che esperienze ne aveva fatto tante e che tutto sarebbe andato bene al momento giusto. Io mi fidavo ciecamente. Ma, in fondo, non ero poi così così convinto di ciò che mi diceva. Poi, dopo il primo giorno, ho capito che tutto sarebbe andato bene, che lui si, aveva ragione, che ci aveva visto bene. E allora subito l’ho chiamato, per farglielo sapere. E lui, come sempre, mi ha risposto:’Asi biu? Hai visto?’. Come il campo è finito, sono tornato a casa. E sono andato a trovarlo. Il suo sguardo, forte e intenso come non mai, mi guardava dritto negli occhi, attraverso quella fotografia. La sua tomba lucida, la data, quella data maledetta: 02 07 2012. Il mio volto, pieno di lacrime, come se quelle lacrime volessero ringraziarlo per tutto il bene che mi aveva donato in quel campo. E in fondo, da una persona così, tutti avrebbero qualcosa da imparare.

martedì 11 febbraio 2014

Lettera mai inviata.

Ciao. Chissà come stai, chissà dove sei e chissà cosa stai facendo. Io sono qui, di fronte ad un computer, a scrivere un epilogo che non avrei mai voluto scrivere. Sono qui con uno sguardo ritrovato dopo mesi di sguardi vuoti e persi. Sono qui da maggiorenne appena diventato, un paio di cuffie nelle orecchie e tanta voglia di ricominciare. Non ho più in testa Rivers flow in you, ho in testa Heart of courage. Non sono più convinto di inseguirti, non avrebbe senso, sprecherei la mia vita nel nulla. Ho deciso di ricominciare. Ho capito che non è tempo per noi e molto probabilmente non lo sarà mai. Ho smesso di considerarti e di credere in te, ti ho eliminata dalle mie giornate e dai miei pensieri. Ne avevo bisogno.

Eppure io mi ero illuso, mi ero illuso maledettamente, porca troia. Mi sono illuso quella sera quando ci siamo presi per mano, mi sono illuso quando camminavamo affiancati, noi due da soli, attorno a quel lago che non guarderò mai più con gli stessi occhi, mi sono illuso quando ti ho dato quel bigliettino così troppo piccolo e così troppo brutto con quella scritta che era diventata il senso delle mie giornate: 'Mi sono innamorato di te'.
Mi sono illuso e l'ho fatto con tutto me stesso. Ho continuato per mesi a impostare le mie giornate in tua funzione, ho continuato per mesi a guardare le tue foto e a dire che si, io ce l'avrei fatta nonostante tutto e nonostante tutti, che sarei salito da te e ti avrei regalato l'universo, che anche se non ci sentivamo più io avrei comunque fatto di tutto per averti.
Poi è arrivato il due novembre. Quel giorno in cui ho fatto cinque ore di viaggio solo per vederti e per passare qualche ora con te. E ho capito subito che non ce l'avrei fatta. O meglio: la parte razionale del mio cervello l'aveva capito, ma Francesco Podda non l'aveva capito. Ma la paura di perdere tutto con te era troppo forte, e ti ho detto che avevo superato tutto, che ormai era tutto passato e che non provavo più nulla. Ho mentito e ci sono riuscito anche molto bene, me ne sono convinto io stesso. Ma il colpo di coda che mi aspettava era troppo grande e troppo imprevedibile per uno come me.
Hai iniziato ad entrare nei miei sogni, e a farlo in maniera ossessiva. Tu non eri più un desiderio: stavi diventando un'ossessione, troppo grande da sopportare e da scacciare. Ti sognavo ogni notte ed ogni giorno, quando mi appisolavo dopo pranzo e quando mi coricavo la sera. Era un'ossessione: dovevo averti a tutti i costi. A tutti i costi. Alla fine ha vinto lei: la mia ossessione. Ho iniziato a studiare per la patente anzichè per la scuola nonostante ancora non potessi frequentare le lezioni di teoria, ho iniziato a pensarti dalla mattina alla sera, a spaccare vasi e addirittura pinze per il fuoco, mestoli, di tutto. Non accettavo che tu mi avessi eliminato in quel modo dalla tua vita: non era giusto, non me lo meritavo.
Due mesi. Due mesi passati a rivoltarmi insonne sul letto a pensarti, o ad addormentarmi, a non leggere sulla rubrica il nome di mia zia perchè era uguale al tuo, a vomitare quando sentivo il nome del tuo paese, a sentirmi male ogni qual volta mi saltassi per la testa a sconvolgere le mie giornate. Tre chili, quelli che ho perso in questi due mesi terribili, in cui non guardavo più in faccia le persone, perchè volevo guardare solo te, perchè quella depressione mista a nervoso mi stava uccidendo, perchè mi sparavo la salita più dura di zona senza nemmeno aver mangiato, fino a sentirmi male. Mi sono logorato il fegato a pensarti e ho mandato a puttane il mio anno scolastico per quei sogni da demente.

Poi ho capito che non sarei arrivato da nessuna parte. Il Francesco Podda che ancora credeva in qualcosa si è arreso, ma non perchè avesse perso la sua tenacia: è morto, sfinito, sotto i colpi di un'ossessione devastante. Ti vedo distante, lontana, vedo il nostro rapporto a puttane più che mai. Mi sono iscritto alla patente solo per inseguire il mio sogno: quel sogno roseo e fantastico che io identificavo in te. Ma evidentemente non era tempo per noi e non lo sarà mai. Eppure io mi sarei giocato tutto me stesso e tutto ciò che avevo. Ma forse non avevo capito nulla: non avevo capito che dovevo solo accettare la sconfitta. Perché è stata una sconfitta che io non accettavo proprio, quella di averti perso.
E forse non l'accetterò mai per davvero.