C'è chi si distrugge con l'alcool. C'è chi preferisce il fumo. Oppure chi preferisce le droghe: leggere o pesanti, da sniffare o da fumare, o da farsi in vena. C'è chi lo fa per sfizio, e c'è chi lo fa per stress, per non accettare una realtà che non riusciamo a sopportare, perché non si ha più voglia di andare avanti.
Si, lo ammetto. Anche io mi drogo. Mi drogo, mi drogo fino a non reggermi in piedi, fino a sentirmi male. Fino a perdere il contatto con la realtà. Ci sono sere nelle quali pensi che la tua vita sia stata bugiarda, che non ti abbia dato ciò che tu ti sei davvero meritato. Pensi a rimpianti, rimorsi, alcuni troppo forti da sopportare: quando perdi un'opportunità forse più grande di te. Vuoi prendere a calci qualcosa, qualsiasi cosa si trovi davanti a te. E inizi a voler perdere il contatto con la realtà: ti dirigi verso l'ingresso di casa tua e prendi la tua droga. Esci.
Scendi giù, attraverso la strada, dritto verso il centro. Ma prima di girare verso la piazza, giri a sinistra, e imbocchi una rampa di un chilometro e mezzo al venti per cento di pendenza. Digrigni i denti come un cane ringhiante. Parti a tutta.
Spingi sui pedali della tua droga, la sollevi quasi, ti rialzi, spingi, rilanci. Fiato corto, pulsazioni a mille. Dopo soli cinquecento metri sei già a tutta ma continui a spingere. Ti alzi, spingi, rilanci, ti risiedi. A tutta. Continui ancora e ancora, ti si annebbia la vista, stai per vomitare, ma continui, con la luce arancione dei lampioni che sembra cambiare colore. Stringi i denti e continui a spingere nonostante tutto, perché ti vuoi distruggere, perché vuoi sentirti male, lo vuoi tu e basta. L'acido lattico ti attanaglia i muscoli ma continui.
La salita finisce. Ti fermi.
Ti rovesci. Non capisci più nulla, non hai più fiato ne gambe. Sei coricato in terra. Distrutto. Incapace di rialzarti: vomiti tutto quello che hai in corpo. Incapace di trovare forze per muovere anche solo un dito, incapace. Incapace di rimetterti in sella alla tua droga: la tua bicicletta.
martedì 14 gennaio 2014
lunedì 6 gennaio 2014
Trentaquattro giorni.
'Mancano trentaquattro giorni'.
'Trentaquattro giorni?'.
'Oh si, trentaquattro giorni'.
Guardo il calendario di fronte al mio letto. E' il sei Gennaio. Faccio rapidamente i conti.
'Da quando in qua fai il conto alla rovescia per il mio compleanno?'.
'Non sarà soltanto il tuo compleanno, figlio mio'.
'E cosa sarà? Mamma, sono ancora addormentato, non ho voglia di pensare'.
'Ieri abbiamo chiamato il centro traslocchi. Il giorno del tuo diciottesimo compleanno ci trasferiamo nella casa nuova. Sei contento?'.
Silenzio.
'Beh, non rispondi?'.
'Io il giorno del mio compleanno non sarò in paese'.
'Come sarebbe a dire?'.
'Hai sentito bene'.
Inutile continuare a scrivere le domande senza risposta che sono seguite.
Vaffanculo. Vaffanculo tutto. Non ci sarebbe stato modo migliore per rovinare il mio ingresso nel mio mondo degli adulti. Questa casa, questa casa che non è nostra di proprietà ma è nostra con il cuore, è la mia vita. Questa casa dove abito da quando sono nato è la mia casa. Non quella. Quella è un ammasso di mattoni deformi che io odio con tutto me stesso, dal primo all'ultimo. Questa casa no: questa casa è parte di me, questa casa sono io. Ci ho pianto, ci ho riso, ci ho litigato, sono impazzito, qui. Questa è la mia casa.
No, non voglio andarmene. Non voglio andarmene da questo posto. Preferisco morire, che andarmene, ma voglio rimanere qui. Voglio attaccarmi ai muri e non staccarmi più, voglio essere anche io un mattone perfetto nella casa della mia vita, voglio essere anche io una mattonella, voglio essere anche io un pezzo di cemento, di impasto collante. Voglio viverci fino a morire, in questa casa. Non voglio andarmene. Oh no, non voglio.
Questa casa vuota non sarà più la stessa. Il giardino senza i cani che abbaiano come pazzi o senza i ricci che ogni tanto scassano le palle non sarà più un giardino. Io voglio starci, in questo posto così bello. E vaffanculo, minacciami, sparami, ammazzami, ma io da qui non me ne vado. E in quella casa così buia, così fredda io non ci vado. Me ne rimango in strada, piuttosto. Mi accamperò da qualche parte. Ma lì, no.
Sono impotente. Impotente davanti ad un destino che è più forte di me. Qui, la mia casa, via Mazzini 131; lì, quella casa, via Mazzini 31. Mio bisnonno, padrone di quella casa, nato il 10 Febbraio 1912; io, nato il 10 Febbraio 1996.
Ma no, non voglio andarmene da qui. Dovrò farlo e sarà il giorno più brutto della mia vita. Lo so: lo so che starò male per mesi a non avere più l'aria calda del convettore affianco, starò male per mesi nell'abbandonare questi muri imbiancati con tanta cura da me stesso e queste mattonelle rosee. Non sarò più io.
Oh no: non sarò più io.
'Trentaquattro giorni?'.
'Oh si, trentaquattro giorni'.
Guardo il calendario di fronte al mio letto. E' il sei Gennaio. Faccio rapidamente i conti.
'Da quando in qua fai il conto alla rovescia per il mio compleanno?'.
'Non sarà soltanto il tuo compleanno, figlio mio'.
'E cosa sarà? Mamma, sono ancora addormentato, non ho voglia di pensare'.
'Ieri abbiamo chiamato il centro traslocchi. Il giorno del tuo diciottesimo compleanno ci trasferiamo nella casa nuova. Sei contento?'.
Silenzio.
'Beh, non rispondi?'.
'Io il giorno del mio compleanno non sarò in paese'.
'Come sarebbe a dire?'.
'Hai sentito bene'.
Inutile continuare a scrivere le domande senza risposta che sono seguite.
Vaffanculo. Vaffanculo tutto. Non ci sarebbe stato modo migliore per rovinare il mio ingresso nel mio mondo degli adulti. Questa casa, questa casa che non è nostra di proprietà ma è nostra con il cuore, è la mia vita. Questa casa dove abito da quando sono nato è la mia casa. Non quella. Quella è un ammasso di mattoni deformi che io odio con tutto me stesso, dal primo all'ultimo. Questa casa no: questa casa è parte di me, questa casa sono io. Ci ho pianto, ci ho riso, ci ho litigato, sono impazzito, qui. Questa è la mia casa.
No, non voglio andarmene. Non voglio andarmene da questo posto. Preferisco morire, che andarmene, ma voglio rimanere qui. Voglio attaccarmi ai muri e non staccarmi più, voglio essere anche io un mattone perfetto nella casa della mia vita, voglio essere anche io una mattonella, voglio essere anche io un pezzo di cemento, di impasto collante. Voglio viverci fino a morire, in questa casa. Non voglio andarmene. Oh no, non voglio.
Questa casa vuota non sarà più la stessa. Il giardino senza i cani che abbaiano come pazzi o senza i ricci che ogni tanto scassano le palle non sarà più un giardino. Io voglio starci, in questo posto così bello. E vaffanculo, minacciami, sparami, ammazzami, ma io da qui non me ne vado. E in quella casa così buia, così fredda io non ci vado. Me ne rimango in strada, piuttosto. Mi accamperò da qualche parte. Ma lì, no.
Sono impotente. Impotente davanti ad un destino che è più forte di me. Qui, la mia casa, via Mazzini 131; lì, quella casa, via Mazzini 31. Mio bisnonno, padrone di quella casa, nato il 10 Febbraio 1912; io, nato il 10 Febbraio 1996.
Ma no, non voglio andarmene da qui. Dovrò farlo e sarà il giorno più brutto della mia vita. Lo so: lo so che starò male per mesi a non avere più l'aria calda del convettore affianco, starò male per mesi nell'abbandonare questi muri imbiancati con tanta cura da me stesso e queste mattonelle rosee. Non sarò più io.
Oh no: non sarò più io.
sabato 4 gennaio 2014
Le crisi. Ne ho passate tante e di tutti i colori, ne ho passato diverse e quasi tutte differenti, ne ho passate a decine e sono tutte passate, più o meno in fretta. Ma stavolta, stavolta no.
Credo di essere morto. Incapace di ridere davvero, chiuso in me stesso e poco espansivo, incapace di parlare e avere una vita sociale decente, incapace di fare battute e di rispondere ad esse; incapace, forse, di vivere. Già, credo proprio di essere così: incapace di vivere. E non esiste persona più vuota di chi voglia di vivere non ne ha più.
Sono sotto scacco. Sotto scacco da chi da me ha visto solo e soltanto il bene, sotto scacco da una società e un modo di vedere il mondo che mi stanno uccidendo, sotto scacco dal mondo stesso. O molto più semplicemente, sotto scacco da me stesso. Ho paura che questo scacco sia matto. Di certo, se non lo è, lo sta diventando, e non riesco a reagire, non ci riesco proprio. Sto cadendo in una voragine e non riesco più ad aggrapparmi alla mia vita, a quella vita felice e spensierata che avevo, a quella vita bella e così piena di soddisfazioni. Il mio mondo si sta chiudendo dietro ad un cazzo di barattolo di cinque pollici e mezzo, e non ne esce. Non riesce ad uscirne.
Non credo di avere amici veri. Sono utilizzato da qualsiasi persona a cui dono un briciolo di fiducia. Chissà come sarebbe la mia vita se ne avessi anche soltanto uno, di amico come fratello. Forse avrei più fiducia in me stesso. Non ho mai amato nessuno e non credo ci riuscirò mai. Però quanto vorrei provare ad amare una persona, quanto vorrei sorridere e gridare al mondo la mia libertà, quante volte ci ho provato e non ci sono mai riuscito. E chissà se un giorno o in un'altra vita ci riuscirò.
Spero solo di rialzarmi e di tornare a guardare la gente negli occhi. Ne ho bisogno. Ma se non ci riuscirò, beh: sarà finita.
Credo di essere morto. Incapace di ridere davvero, chiuso in me stesso e poco espansivo, incapace di parlare e avere una vita sociale decente, incapace di fare battute e di rispondere ad esse; incapace, forse, di vivere. Già, credo proprio di essere così: incapace di vivere. E non esiste persona più vuota di chi voglia di vivere non ne ha più.
Sono sotto scacco. Sotto scacco da chi da me ha visto solo e soltanto il bene, sotto scacco da una società e un modo di vedere il mondo che mi stanno uccidendo, sotto scacco dal mondo stesso. O molto più semplicemente, sotto scacco da me stesso. Ho paura che questo scacco sia matto. Di certo, se non lo è, lo sta diventando, e non riesco a reagire, non ci riesco proprio. Sto cadendo in una voragine e non riesco più ad aggrapparmi alla mia vita, a quella vita felice e spensierata che avevo, a quella vita bella e così piena di soddisfazioni. Il mio mondo si sta chiudendo dietro ad un cazzo di barattolo di cinque pollici e mezzo, e non ne esce. Non riesce ad uscirne.
Non credo di avere amici veri. Sono utilizzato da qualsiasi persona a cui dono un briciolo di fiducia. Chissà come sarebbe la mia vita se ne avessi anche soltanto uno, di amico come fratello. Forse avrei più fiducia in me stesso. Non ho mai amato nessuno e non credo ci riuscirò mai. Però quanto vorrei provare ad amare una persona, quanto vorrei sorridere e gridare al mondo la mia libertà, quante volte ci ho provato e non ci sono mai riuscito. E chissà se un giorno o in un'altra vita ci riuscirò.
Spero solo di rialzarmi e di tornare a guardare la gente negli occhi. Ne ho bisogno. Ma se non ci riuscirò, beh: sarà finita.
giovedì 2 gennaio 2014
Primo articolo del 2014.
2 gennaio 2014. Incominciamo questo nuovo anno parlando di una situazione odiata, tanto odiata e incompresa da noi ragazzi: sto parlando di FRIENDZONE.
La FRIENDZONE, per chi non lo sapesse, è il termine utilizzato da noi ragazzi per definire il rifiuto di un eventuale relazione d'amore giustificata dalla seguente frase: 'Io ti vedo come un amico'.
Già, un amico. Solo e solamente un amico. Per noi ragazzi non esiste un limite invalicabile con le ragazze tra amicizia e amore, tranne se la ragazza in questione è tua sorella naturalmente, e di conseguenza il comportamento diventa totalmente incompreso; la friendzone è talmente odiata da noi ragazzi, che addirittura anche MTV ha deciso di farne un programma televisivo.
Ma vediamo un po' di analizzare il problema comparandolo ad un colloquio di lavoro. Il ragazzo rappresenta colui che si presenta al datore, mostrando il suo valido curriculum e la sua esperienza. Ecco, la risposta 'Ti vedo come un amico' utilizzata dalle ragazze, equivale alla seguente risposta data dal datore di lavoro:
'Lei dispone di tutti i requisiti necessari per essere assunto in questo posto di lavoro, ma noi non la assumeremo. Tuttavia, useremo il suo curriculum come base di comparazione per tutti gli altri pretendenti al posto, ma assumeremo qualcuno che sarà sicuramente meno qualificato di lei e magari anche un po' alcolizzato; e se poi quest'ultimo non dovesse andarci bene, assumeremo qualcun'altro, ma non si preoccupi, non sarà lei. In ogni caso, di tanto in tanto la chiameremo per lamentarci della persona che abbiamo assunto, senza comunque darle nessuna possibilità di lavoro.'
Credo basti.
Ragazzi, comunque siano le vostre possibilità di beccare la friendzone, non arrendetevi. Ci sarà un giorno in cui questa sarà sconfitta e noi ci riverseremo in strada tutti assieme a festeggiare con bottiglie di Champagne degli anni cinquanta. Si, non demordete, quel giorno arriverà, prima o poi. E saremo tutti felici e contenti.
Si, dai. Non sarà tra tanto: solo quattro o cinque vite. Forse. Ma siccome, fino a prova contraria, gli umani di vita ne hanno solo una: ragazzi, arrendetevi. La friendzone è troppo forte per noi.
La FRIENDZONE, per chi non lo sapesse, è il termine utilizzato da noi ragazzi per definire il rifiuto di un eventuale relazione d'amore giustificata dalla seguente frase: 'Io ti vedo come un amico'.
Già, un amico. Solo e solamente un amico. Per noi ragazzi non esiste un limite invalicabile con le ragazze tra amicizia e amore, tranne se la ragazza in questione è tua sorella naturalmente, e di conseguenza il comportamento diventa totalmente incompreso; la friendzone è talmente odiata da noi ragazzi, che addirittura anche MTV ha deciso di farne un programma televisivo.
Ma vediamo un po' di analizzare il problema comparandolo ad un colloquio di lavoro. Il ragazzo rappresenta colui che si presenta al datore, mostrando il suo valido curriculum e la sua esperienza. Ecco, la risposta 'Ti vedo come un amico' utilizzata dalle ragazze, equivale alla seguente risposta data dal datore di lavoro:
'Lei dispone di tutti i requisiti necessari per essere assunto in questo posto di lavoro, ma noi non la assumeremo. Tuttavia, useremo il suo curriculum come base di comparazione per tutti gli altri pretendenti al posto, ma assumeremo qualcuno che sarà sicuramente meno qualificato di lei e magari anche un po' alcolizzato; e se poi quest'ultimo non dovesse andarci bene, assumeremo qualcun'altro, ma non si preoccupi, non sarà lei. In ogni caso, di tanto in tanto la chiameremo per lamentarci della persona che abbiamo assunto, senza comunque darle nessuna possibilità di lavoro.'
Credo basti.
Ragazzi, comunque siano le vostre possibilità di beccare la friendzone, non arrendetevi. Ci sarà un giorno in cui questa sarà sconfitta e noi ci riverseremo in strada tutti assieme a festeggiare con bottiglie di Champagne degli anni cinquanta. Si, non demordete, quel giorno arriverà, prima o poi. E saremo tutti felici e contenti.
Si, dai. Non sarà tra tanto: solo quattro o cinque vite. Forse. Ma siccome, fino a prova contraria, gli umani di vita ne hanno solo una: ragazzi, arrendetevi. La friendzone è troppo forte per noi.
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