martedì 11 febbraio 2014

Lettera mai inviata.

Ciao. Chissà come stai, chissà dove sei e chissà cosa stai facendo. Io sono qui, di fronte ad un computer, a scrivere un epilogo che non avrei mai voluto scrivere. Sono qui con uno sguardo ritrovato dopo mesi di sguardi vuoti e persi. Sono qui da maggiorenne appena diventato, un paio di cuffie nelle orecchie e tanta voglia di ricominciare. Non ho più in testa Rivers flow in you, ho in testa Heart of courage. Non sono più convinto di inseguirti, non avrebbe senso, sprecherei la mia vita nel nulla. Ho deciso di ricominciare. Ho capito che non è tempo per noi e molto probabilmente non lo sarà mai. Ho smesso di considerarti e di credere in te, ti ho eliminata dalle mie giornate e dai miei pensieri. Ne avevo bisogno.

Eppure io mi ero illuso, mi ero illuso maledettamente, porca troia. Mi sono illuso quella sera quando ci siamo presi per mano, mi sono illuso quando camminavamo affiancati, noi due da soli, attorno a quel lago che non guarderò mai più con gli stessi occhi, mi sono illuso quando ti ho dato quel bigliettino così troppo piccolo e così troppo brutto con quella scritta che era diventata il senso delle mie giornate: 'Mi sono innamorato di te'.
Mi sono illuso e l'ho fatto con tutto me stesso. Ho continuato per mesi a impostare le mie giornate in tua funzione, ho continuato per mesi a guardare le tue foto e a dire che si, io ce l'avrei fatta nonostante tutto e nonostante tutti, che sarei salito da te e ti avrei regalato l'universo, che anche se non ci sentivamo più io avrei comunque fatto di tutto per averti.
Poi è arrivato il due novembre. Quel giorno in cui ho fatto cinque ore di viaggio solo per vederti e per passare qualche ora con te. E ho capito subito che non ce l'avrei fatta. O meglio: la parte razionale del mio cervello l'aveva capito, ma Francesco Podda non l'aveva capito. Ma la paura di perdere tutto con te era troppo forte, e ti ho detto che avevo superato tutto, che ormai era tutto passato e che non provavo più nulla. Ho mentito e ci sono riuscito anche molto bene, me ne sono convinto io stesso. Ma il colpo di coda che mi aspettava era troppo grande e troppo imprevedibile per uno come me.
Hai iniziato ad entrare nei miei sogni, e a farlo in maniera ossessiva. Tu non eri più un desiderio: stavi diventando un'ossessione, troppo grande da sopportare e da scacciare. Ti sognavo ogni notte ed ogni giorno, quando mi appisolavo dopo pranzo e quando mi coricavo la sera. Era un'ossessione: dovevo averti a tutti i costi. A tutti i costi. Alla fine ha vinto lei: la mia ossessione. Ho iniziato a studiare per la patente anzichè per la scuola nonostante ancora non potessi frequentare le lezioni di teoria, ho iniziato a pensarti dalla mattina alla sera, a spaccare vasi e addirittura pinze per il fuoco, mestoli, di tutto. Non accettavo che tu mi avessi eliminato in quel modo dalla tua vita: non era giusto, non me lo meritavo.
Due mesi. Due mesi passati a rivoltarmi insonne sul letto a pensarti, o ad addormentarmi, a non leggere sulla rubrica il nome di mia zia perchè era uguale al tuo, a vomitare quando sentivo il nome del tuo paese, a sentirmi male ogni qual volta mi saltassi per la testa a sconvolgere le mie giornate. Tre chili, quelli che ho perso in questi due mesi terribili, in cui non guardavo più in faccia le persone, perchè volevo guardare solo te, perchè quella depressione mista a nervoso mi stava uccidendo, perchè mi sparavo la salita più dura di zona senza nemmeno aver mangiato, fino a sentirmi male. Mi sono logorato il fegato a pensarti e ho mandato a puttane il mio anno scolastico per quei sogni da demente.

Poi ho capito che non sarei arrivato da nessuna parte. Il Francesco Podda che ancora credeva in qualcosa si è arreso, ma non perchè avesse perso la sua tenacia: è morto, sfinito, sotto i colpi di un'ossessione devastante. Ti vedo distante, lontana, vedo il nostro rapporto a puttane più che mai. Mi sono iscritto alla patente solo per inseguire il mio sogno: quel sogno roseo e fantastico che io identificavo in te. Ma evidentemente non era tempo per noi e non lo sarà mai. Eppure io mi sarei giocato tutto me stesso e tutto ciò che avevo. Ma forse non avevo capito nulla: non avevo capito che dovevo solo accettare la sconfitta. Perché è stata una sconfitta che io non accettavo proprio, quella di averti perso.
E forse non l'accetterò mai per davvero.

Nessun commento:

Posta un commento