Il masso era alto circa tre metri, io poco più della metà. Di fronte al masso c'ero io, incredulo e con il cuore a mille, con in testa nessun pensiero, il vento fresco a sfiorarmi la testa e gli occhi pieni, vivi, belli. Tra il me e il masso c'era lei.
Le mie mani le cingevano la vita, le sue erano sulla mia nuca. Incertezza e voglia di fare che facevano a pugni: da un lato avrei voluto baciarla, dall'altro sapevo che era ubriaca.
'Adesso o mai più' dicevo tra me e me. Adesso o mai più.
Mi sono avvicinato lentamente. La sua testa era poggiata su quel masso: le sue labbra mi aspettavano.
Contatto. Mille sensazioni, mille emozioni, gli occhi chiusi. Il vento aveva cessato di soffiare. Il sole aveva smesso di brillare. Il mondo aveva smesso di esistere. Non vedevo nulla. Non sentivo nulla, se non io e lei. Si, esistevamo solo io e lei.
Il mondo aveva smesso di esistere.
Dove sono finiti quei momenti?
In salita controvento
martedì 13 gennaio 2015
mercoledì 17 settembre 2014
Ricordi.
9:21. Oggi è una giornata nuvolosa, e tra poco meno di un'ora dovrò essere a scuola. Tra tutti i miei pensieri su come trascorrere quest'ora, avevo pensato di andare da mia nonna, magari fare una foto a quel bellissimo mazzo di rose rosse e bianche che nonno le ha regalato ieri, per il suo settantaquattresimo compleanno, per poi magari pubblicare quella foto su Instagram e scrivere una bella dedica ad un amore che, pur passando gli anni, non finisce mai.
Progetti stroncati. Con l'ingenuità di un bambino mi siedo sullo sgabello del pianoforte di casa, pronto a strimpellare qualcosa su 'Boulevard of broken dreams'. Certo gli accordi su Internet, li trovo. Ma poi, come un fulmine a ciel sereno, mi viene in mente lui: l'amico di una vita passata, quella vita che ormai hai cambiato e che non è più la tua. Quell'amico che magari ti ha sempre trattato un po' di merda, ma a cui forse tu hai voluto un bene dell'anima, fino a trascurare te stesso pur di mantenere in piedi un'amicizia così.
Chiudo la pagina degli accordi e mi precipito su Facebook. Entro, cerco il suo profilo. Eccolo.
E' sempre lui. Guardo la sua bacheca. Scendo. Tanti, troppi ricordi, troppo pesanti per uno come me. Lacrime. Amarezza. Schifo. Devo uscire dal suo profilo ma ci rimango. Continuo a scendere, continuo a sfogliare. Due anni fa. Tre anni fa. Continuo a lacrimare con il viso inespressivo, freddo, apatico, vuoto. Le lacrime solcano il mio viso, che dal canto suo non fa una piega; lascia parlare gli occhi, unici testimoni di un dolore troppo grande per essere descritto.
Devo uscire dal suo profilo, cazzo. Devo uscire. Ma non ce la faccio. Continuo a scendere e arrivo in fondo. Vedo un'icona: Immagini.
Non ci devo entrare. Non devo farlo, Devo passare oltre, mettere il telefono in standby, chiudere tutto, magari sbatterlo a terra e romperlo, ma non devo entrare in quella dannata icona, non devo premerci sopra. E invece lo faccio, dannazione. Inizio a sfogliare e a guardare tutte le foto, una per una. Ora lavora. Prima andava a scuola. Continuo a sfogliarle. Le lacrime sembrano cessare.
Poi arriva la mazzata, il colpo di grazia: la nostra foto. La nostra foto, cazzo, quella di cui io mi ero dimenticato, quella che io avevo rimosso dai miei ricordi, dalle mie giornate, dai miei pensieri. Le lacrime riprendono a scorrere insistentemente mentre il mio viso inizia a tremare, a incespicare, a cedere. Le mie corde vocali vogliono farsi sentire, io le trattengo. 'Voi non parlate, almeno per oggi'.
Chiudo Facebook, chiudo tutto. Mi chiudo in stanza, al buio, rinnegando un passato che, tumultato da ricordi, torna indietro a bussare e a farsi sentire, forte come non mai.
Le persone non si dimenticano. Potranno averci fatto del bene, del male o forse tutti e due, ma non si dimenticano. Perché chiunque passi nella tua vita, anche apparentemente uno sconosciuto che incroci per strada e neanche saluti, ti lascia dentro qualcosa, E quel qualcosa non potrà mai essere cancellato.
Progetti stroncati. Con l'ingenuità di un bambino mi siedo sullo sgabello del pianoforte di casa, pronto a strimpellare qualcosa su 'Boulevard of broken dreams'. Certo gli accordi su Internet, li trovo. Ma poi, come un fulmine a ciel sereno, mi viene in mente lui: l'amico di una vita passata, quella vita che ormai hai cambiato e che non è più la tua. Quell'amico che magari ti ha sempre trattato un po' di merda, ma a cui forse tu hai voluto un bene dell'anima, fino a trascurare te stesso pur di mantenere in piedi un'amicizia così.
Chiudo la pagina degli accordi e mi precipito su Facebook. Entro, cerco il suo profilo. Eccolo.
E' sempre lui. Guardo la sua bacheca. Scendo. Tanti, troppi ricordi, troppo pesanti per uno come me. Lacrime. Amarezza. Schifo. Devo uscire dal suo profilo ma ci rimango. Continuo a scendere, continuo a sfogliare. Due anni fa. Tre anni fa. Continuo a lacrimare con il viso inespressivo, freddo, apatico, vuoto. Le lacrime solcano il mio viso, che dal canto suo non fa una piega; lascia parlare gli occhi, unici testimoni di un dolore troppo grande per essere descritto.
Devo uscire dal suo profilo, cazzo. Devo uscire. Ma non ce la faccio. Continuo a scendere e arrivo in fondo. Vedo un'icona: Immagini.
Non ci devo entrare. Non devo farlo, Devo passare oltre, mettere il telefono in standby, chiudere tutto, magari sbatterlo a terra e romperlo, ma non devo entrare in quella dannata icona, non devo premerci sopra. E invece lo faccio, dannazione. Inizio a sfogliare e a guardare tutte le foto, una per una. Ora lavora. Prima andava a scuola. Continuo a sfogliarle. Le lacrime sembrano cessare.
Poi arriva la mazzata, il colpo di grazia: la nostra foto. La nostra foto, cazzo, quella di cui io mi ero dimenticato, quella che io avevo rimosso dai miei ricordi, dalle mie giornate, dai miei pensieri. Le lacrime riprendono a scorrere insistentemente mentre il mio viso inizia a tremare, a incespicare, a cedere. Le mie corde vocali vogliono farsi sentire, io le trattengo. 'Voi non parlate, almeno per oggi'.
Chiudo Facebook, chiudo tutto. Mi chiudo in stanza, al buio, rinnegando un passato che, tumultato da ricordi, torna indietro a bussare e a farsi sentire, forte come non mai.
Le persone non si dimenticano. Potranno averci fatto del bene, del male o forse tutti e due, ma non si dimenticano. Perché chiunque passi nella tua vita, anche apparentemente uno sconosciuto che incroci per strada e neanche saluti, ti lascia dentro qualcosa, E quel qualcosa non potrà mai essere cancellato.
domenica 20 luglio 2014
Giornate un po' così.
A volte, nella tua vita, ti capita di incontrare e trascorrere giornate strane. Giornate dove tutto sembra fatto e architettato per andare al meglio ma invece, quel 'andare al meglio' non esiste. Giornate dove tutto dovrebbe filare liscio e scorrevole, ma tutto finisce per trasformarsi in un qualcosa di duro, pesante. Non sono le classiche 'giornate no', sono giornate strane. Giornate fatte a modo loro.
Dovresti divertirti, perché lo scopo reale di quella giornata è, per l'appunto, il divertimento, e forse lo fai. Ma ogni pensiero, ogni mossa, ogni movimento viene condizionato da lui: il tuo desiderio. Un desiderio grande, forte, doloroso, in grado di toglierti il sonno e la fame, in grado di farti versare più lacrime che sudore, in grado di rovinarti le giornate, queste giornate, apparentemente belle ma che lentamente si trasformano in un incubo. Un incubo vero, un incubo tremendo. Un incubo perenne.
Il tuo desiderio ha un nome: Lei. Lei è la ragazza più bella del mondo ed ogni suo gesto, parola, modo di fare condiziona il tuo. Lei tiene a te, ma in un modo suo, non di certo il modo con il quale tu tieni a lei. Lei ha Altro per la testa, e di conseguenza anche Altro condiziona i tuoi pensieri e le tue giornate. Altro è più forte di te, e attira tutte le attenzioni di Lei, nonostante i suoi atteggiamenti siano da stronzo, da coglione. Lei vuole Altro e tu vuoi Lei: si sa che, nella vita, funziona sempre così. Daresti fior di quattrini per essere al posto di Altro, ma non puoi.
Tu vuoi Lei. Vuoi Lei e basta. Non riesci a guardare più una ragazza, non riesci ad essere più te stesso: vuoi Lei e basta. Non ti interessa avere amici, non ti interessa niente: se hai Lei hai tutto. Non ti piace più nessun'altro: vuoi Lei, solo Lei. Ma sai bene che, oltre al fatto che Lei non può ricambiare il tuo amore, non puoi neanche più insistere: il rapporto tra te e Lei è troppo logorato per esser messo a contatto con i tuoi sentimenti. Non puoi fare più nulla, solo arrenderti. E soffrire: in silenzio, da solo, senza pietà né cavalleria, senza avere nessuno che ti venga a tirar fuori dalla montagna di merda dove tu ti trovi, senza avere nessuno in grado di aiutarti. Solo, in una montagna di merda. Solo, in silenzio. Solo.
Urli: di disperazione, di rabbia, di malinconia. Urli perché vuoi rompere il silenzio ed iniziare ad amare, urli perché vuoi essere te stesso, urli perché vuoi vivere la tua vita e non mascherare i tuoi sentimenti, sotterrandoli dentro una montagna di merda. Ma, per quanti sforzi tu possa fare, non ce la fai.
E finisci per vivere queste giornate: giornate costruite per essere felici ma che in realtà diventano covo dei tuoi pensieri, fatte per essere vissute da te stesso ma che finiscono per essere vissute dai tuoi pensieri, giornate che dovrebbero essere piene ma diventano vuote. Giornate un po' così.
Dovresti divertirti, perché lo scopo reale di quella giornata è, per l'appunto, il divertimento, e forse lo fai. Ma ogni pensiero, ogni mossa, ogni movimento viene condizionato da lui: il tuo desiderio. Un desiderio grande, forte, doloroso, in grado di toglierti il sonno e la fame, in grado di farti versare più lacrime che sudore, in grado di rovinarti le giornate, queste giornate, apparentemente belle ma che lentamente si trasformano in un incubo. Un incubo vero, un incubo tremendo. Un incubo perenne.
Il tuo desiderio ha un nome: Lei. Lei è la ragazza più bella del mondo ed ogni suo gesto, parola, modo di fare condiziona il tuo. Lei tiene a te, ma in un modo suo, non di certo il modo con il quale tu tieni a lei. Lei ha Altro per la testa, e di conseguenza anche Altro condiziona i tuoi pensieri e le tue giornate. Altro è più forte di te, e attira tutte le attenzioni di Lei, nonostante i suoi atteggiamenti siano da stronzo, da coglione. Lei vuole Altro e tu vuoi Lei: si sa che, nella vita, funziona sempre così. Daresti fior di quattrini per essere al posto di Altro, ma non puoi.
Tu vuoi Lei. Vuoi Lei e basta. Non riesci a guardare più una ragazza, non riesci ad essere più te stesso: vuoi Lei e basta. Non ti interessa avere amici, non ti interessa niente: se hai Lei hai tutto. Non ti piace più nessun'altro: vuoi Lei, solo Lei. Ma sai bene che, oltre al fatto che Lei non può ricambiare il tuo amore, non puoi neanche più insistere: il rapporto tra te e Lei è troppo logorato per esser messo a contatto con i tuoi sentimenti. Non puoi fare più nulla, solo arrenderti. E soffrire: in silenzio, da solo, senza pietà né cavalleria, senza avere nessuno che ti venga a tirar fuori dalla montagna di merda dove tu ti trovi, senza avere nessuno in grado di aiutarti. Solo, in una montagna di merda. Solo, in silenzio. Solo.
Urli: di disperazione, di rabbia, di malinconia. Urli perché vuoi rompere il silenzio ed iniziare ad amare, urli perché vuoi essere te stesso, urli perché vuoi vivere la tua vita e non mascherare i tuoi sentimenti, sotterrandoli dentro una montagna di merda. Ma, per quanti sforzi tu possa fare, non ce la fai.
E finisci per vivere queste giornate: giornate costruite per essere felici ma che in realtà diventano covo dei tuoi pensieri, fatte per essere vissute da te stesso ma che finiscono per essere vissute dai tuoi pensieri, giornate che dovrebbero essere piene ma diventano vuote. Giornate un po' così.
sabato 19 luglio 2014
La vittoria più grande.
Ancora una curva, una salitella, e sarei arrivato a casa. Mancavano poche ore alla terza gara più importante della mia vita, e quel giorno nonostante fosse festa avevo deciso di rientrare prima, proprio per preservare le mie energie per la gara del giorno dopo. Pensavo fosse un di quei rientri a casa uguali agli altri, ma qualcuno, in quella strada, mi aspettava.
Un ragazzo in sedia a rotelle, assieme alla sua ragazza, scendeva da quella stessa strada che io stavo facendo in salita: era Marco, mio cugino. Da circa un anno aveva avuto problemi al midollo osseo della colonna vertebrale: un problema che, giusto il tempo di diplomarsi, lo aveva debilitato ben presto, riducendolo a vivere senza l'uso delle gambe. Di lì a poco aveva affrontato tutta una serie di problemi: interventi, tempi di recupero, riabilitazione. Cazzo: era un sacco di tempo che non lo vedevo.
'Ciao Marco!'.
'Ciao Franci! Come stai? Da quanto tempo senza vederci!'.
'Da molto davvero! Io sto bene. E tu?'.
'Lentamente si riprende, io sto meglio!'.
'Grande! Ma state uscendo adesso?'.
'Si! E come mai tu stai già rientrando?'.
'Io domani ho una gara di bici, mi conviene rientrare presto, altrimenti farò una bella figura di merda!'.
'Macchè, ma stai tranquillo!'. Mi toccò la spalla: 'Vai Pantani, sei fortissimo!'. Mi guardò sicuro, con uno di quegli sguardi di chi sa darti fiducia in un millesimo di secondo.
'Magari essere come Pantani!' sorrisi. 'Io darei l'anima per essere come un gregario di Pantani!'.
'Tranquillo: vedrai. Domani mi darai ragione'.
Ci salutammo. Tornai a casa: mi coricai.
Il giorno dopo arrivò in fretta. Nastri di partenza. Microchip, appello ai partenti: pronti, partenza, via.
Partii a tutta: sensazioni bellissime. Riuscii a tenere il ritmo dei migliori senza scannarmi, senza fiatone, con una pedalata agile e leggera. Poi arrivò la discesa: il terreno più difficile per me. Qui gli avversari mi staccarono, uno dopo l'altro. Ma poi tornò la salita: ben sette chilometri e mezzo, otto di pendenza, la salita più adatta per uno come me.
Troppo facile dire che ripresi e staccai gli avversari uno per uno, troppo facile dire che stavo benissimo. Tagliai il traguardo per primo, fottendomene di alzare le braccia al cielo, fottendomene del podio e delle premiazioni. Volevo vedere mio cugino: lui aveva avuto ragione, lui aveva azzeccato quel pronostico, non so come e non so perchè, ma lo aveva azzeccato. Ed io glielo dovevo dire.
Lo beccai in giro, quella sera. Mi avvicinai, con un sorriso a cinquanta denti, nonostante un uomo, tutti quei denti, non li abbia.
'Marco: ho vinto. Avevi ragione!'.
'Te l'ho detto io! Ascolta tuo cugino grande ogni tanto, che non ti fa male!'.
* * * *
Mancava un giorno all'ultima prova del mio esame di terza media: la prova orale. Sarei voluto essere seduto su una scrivania a studiare, sarei voluto essere rinchiuso in una stanza con i libri davanti, sarei voluto essere già lì: a dare l'esame. Ed invece ero in mezzo ad un corteo di più di mille persone che camminava lento e costante. Davanti a questo corteo c'era una macchina, dentro questa macchina c'era mio cugino. Avrei voluto parlargli, dirgli che non era giusto, che non era ora e che avevo bisogno di lui, che doveva essere a bordo strada a tifarmi, che doveva vivere la sua vita, che doveva essere il Marco che io avevo sempre conosciuto. Ed invece, chiuso dentro quella macchina, si preparava a fare il viaggio più lungo della sua vita: quello in un mondo che non era più il nostro.
Tanta gente piangeva, quel giorno: bambini, ragazzi, anziani, uomini e donne. Io no: ero letteralmente incazzato nero. Chiunque avesse architettato che Marco se ne andasse dal nostro mondo era una fottutissimo coglione. Non potevo accettare che lui se ne andasse così, senza poter fare nulla per aiutarlo, senza poter fare nulla per dargli una mano, senza poter fare nulla di nulla.
Resteranno le lacrime della ragazza. Resteranno le parole di dolore di quella grande donna che era sua nonna. Resterà il dolore ineccepibile della mamma. Resterà il silenzio del padre e del nonno. E, dentro me, resterà il mio incazzo: l'incazzo di chi sa di aver perso una delle persone migliori della propria vita.
* * * *
Avevo appena finito una gara: ero sul lungo argine a San Vito, quel viali utilizzato fino a quel momento per tutti gli arrivi di gara. Sembrava una gara qualunque, ma ad aspettarmi, al traguardo, c'era qualcuno. Qualcuno che mi mancava da morire: era mio cugino.
La location era diversa. Ma le parole erano le stesse.
'Vai Pantani, vai che sei il più forte, vai e non farti scoraggiare dagli avversari'.
Mi svegliaii, quella mattina. Mancavano quattro giorni alla gara che avevo preparato più di tutte, provando più e più volte il percorso. Preparazione di gara che, a due settimane, sembrava sprofondata nel nulla: una caduta mi aveva rovinato tutto. Non avrei dovuto fare quella gara, non ero abbastanza preparato. Ma qualcuno, in sogno, quella notte di quattro giorni prima la gara, mia aveva parlato. Marco, cazzo, era Marco, mi aveva parlato: era Marco. Mi aveva detto in sogno quelle stessa parole di due anni prima, me le aveva dette con la stessa energia e con la stessa forza: era Marco.
Decisi: faccio la gara. La faccio e fanculo tutto il resto: la faccio per Marco.
Nastri di partenza. Microchip e appello ai partenti. Pronti, partenza, via.
Sensazioni bruttissime. Fatica, cuore in gola: ero in pianura ma mi sembrava di essere in salita. Salita che, dal canto suo, arrivò dopo qualche chilometro. Tornanti micidiali, fiato corto. Trovai un po' di ritmo ma non era abbastanza: sono dietro, molto dietro.
Poi la strada spianò. Rilancio l'azione, riprendo due, tre avversari: sono terzo. Spingo a tutta, fottendomene dei chilometri mancanti. Ma incontrai il terreno meno adatto a me: la discesa.
Sigle track, o meglio: sentiero mulattiera. In quei due o tre chilometri il cuore saliva in gola per l'ansia di essere ripreso dagli avversari. Marco, aiutami, cazzo, ti prego, aiutami tu. Continuavo a spingere a tutta, pregando che quelli dietro di me non mi raggiungessero.
Poi l'imprevisto. Dietro una curva che non ti aspetti, troppe pietre e sassi in mezzo al sentiero: la mia bici, troppo rigida di telaio e di sospensioni, non poteva reggere un colpo del genere. Iniziai a sbandare: destra, sinistra, destra, sinistra. Avevo perso il controllo della mia bicicletta. Chiusi gli occhi. Aspetto l'urto con il terreno.
Ma quell'urto non arrivò. Non arrivò la caduta, non arrivarono le escoriazioni e le pestature. Non arrivò nulla. La mia bicicletta, non so come, non so perchè, si era rimessa in asse. Il pensiero fu chiaro, fu per lui.
'Marco, sei grande'.
A volte il destino fa brutti scherzi, ti porta via le persone migliori della tua vita senza pietà, fottendosene del dolore e delle lacrime, della nostalgia e della malinconia che il loro addio porta nella tua vita. Ma quelle persone, dal canto loro, forse rimangono sempre con te, a farti compagnia quando tutto sembra andare male, quando tutto sembra perduto, quando la tua vita sembra essere persa. Quando in un giorno qualunque, in una gara qualunque, la tua competizione sembra finita per una caduta che tu non avevi previsto. Ed in quei momenti lì, così strani e pieni di tensione, così brutti e rischiosi, intervengono e ti danno una speranza in più, una marcia in più, una possibilità in più.
Non so cosa sia successo nel momento più misterioso della mia vita, quel momento. Darei fior di quattrini per avere un replay di quell'istante della mia esistenza, solo per cercare di capire che cosa sia successo. Ma credo che questo non sia possibile, così come non sarà possibile sapere come, quella bicicletta si sia rimessa in asse in un modo così strano. Ma di una cosa sono sicuro: Marco, in quel momento, ci ha messo il suo zampino.
Al traguardo fui terzo, senza allenamento e senza preparazione, con i dolori della caduta di due settimane prima ancora vivi e fastidiosi: ma terzo, su un podio che a me sapeva di vittoria. La stessa vittoria che tu, caro cugino, mi diedi quel giorno, la stessa che ottieni ogni giorno nella vita delle persone: quella di farne parte nonostante tu, fisicamente, non ci sei più.
E credo non ci sia vittoria più bella di chi, lasciato questo mondo, vive dentro le nostre vite ogni giorno che passa. Ogni giorno di più.
Un ragazzo in sedia a rotelle, assieme alla sua ragazza, scendeva da quella stessa strada che io stavo facendo in salita: era Marco, mio cugino. Da circa un anno aveva avuto problemi al midollo osseo della colonna vertebrale: un problema che, giusto il tempo di diplomarsi, lo aveva debilitato ben presto, riducendolo a vivere senza l'uso delle gambe. Di lì a poco aveva affrontato tutta una serie di problemi: interventi, tempi di recupero, riabilitazione. Cazzo: era un sacco di tempo che non lo vedevo.
'Ciao Marco!'.
'Ciao Franci! Come stai? Da quanto tempo senza vederci!'.
'Da molto davvero! Io sto bene. E tu?'.
'Lentamente si riprende, io sto meglio!'.
'Grande! Ma state uscendo adesso?'.
'Si! E come mai tu stai già rientrando?'.
'Io domani ho una gara di bici, mi conviene rientrare presto, altrimenti farò una bella figura di merda!'.
'Macchè, ma stai tranquillo!'. Mi toccò la spalla: 'Vai Pantani, sei fortissimo!'. Mi guardò sicuro, con uno di quegli sguardi di chi sa darti fiducia in un millesimo di secondo.
'Magari essere come Pantani!' sorrisi. 'Io darei l'anima per essere come un gregario di Pantani!'.
'Tranquillo: vedrai. Domani mi darai ragione'.
Ci salutammo. Tornai a casa: mi coricai.
Il giorno dopo arrivò in fretta. Nastri di partenza. Microchip, appello ai partenti: pronti, partenza, via.
Partii a tutta: sensazioni bellissime. Riuscii a tenere il ritmo dei migliori senza scannarmi, senza fiatone, con una pedalata agile e leggera. Poi arrivò la discesa: il terreno più difficile per me. Qui gli avversari mi staccarono, uno dopo l'altro. Ma poi tornò la salita: ben sette chilometri e mezzo, otto di pendenza, la salita più adatta per uno come me.
Troppo facile dire che ripresi e staccai gli avversari uno per uno, troppo facile dire che stavo benissimo. Tagliai il traguardo per primo, fottendomene di alzare le braccia al cielo, fottendomene del podio e delle premiazioni. Volevo vedere mio cugino: lui aveva avuto ragione, lui aveva azzeccato quel pronostico, non so come e non so perchè, ma lo aveva azzeccato. Ed io glielo dovevo dire.
Lo beccai in giro, quella sera. Mi avvicinai, con un sorriso a cinquanta denti, nonostante un uomo, tutti quei denti, non li abbia.
'Marco: ho vinto. Avevi ragione!'.
'Te l'ho detto io! Ascolta tuo cugino grande ogni tanto, che non ti fa male!'.
* * * *
Mancava un giorno all'ultima prova del mio esame di terza media: la prova orale. Sarei voluto essere seduto su una scrivania a studiare, sarei voluto essere rinchiuso in una stanza con i libri davanti, sarei voluto essere già lì: a dare l'esame. Ed invece ero in mezzo ad un corteo di più di mille persone che camminava lento e costante. Davanti a questo corteo c'era una macchina, dentro questa macchina c'era mio cugino. Avrei voluto parlargli, dirgli che non era giusto, che non era ora e che avevo bisogno di lui, che doveva essere a bordo strada a tifarmi, che doveva vivere la sua vita, che doveva essere il Marco che io avevo sempre conosciuto. Ed invece, chiuso dentro quella macchina, si preparava a fare il viaggio più lungo della sua vita: quello in un mondo che non era più il nostro.
Tanta gente piangeva, quel giorno: bambini, ragazzi, anziani, uomini e donne. Io no: ero letteralmente incazzato nero. Chiunque avesse architettato che Marco se ne andasse dal nostro mondo era una fottutissimo coglione. Non potevo accettare che lui se ne andasse così, senza poter fare nulla per aiutarlo, senza poter fare nulla per dargli una mano, senza poter fare nulla di nulla.
Resteranno le lacrime della ragazza. Resteranno le parole di dolore di quella grande donna che era sua nonna. Resterà il dolore ineccepibile della mamma. Resterà il silenzio del padre e del nonno. E, dentro me, resterà il mio incazzo: l'incazzo di chi sa di aver perso una delle persone migliori della propria vita.
* * * *
Avevo appena finito una gara: ero sul lungo argine a San Vito, quel viali utilizzato fino a quel momento per tutti gli arrivi di gara. Sembrava una gara qualunque, ma ad aspettarmi, al traguardo, c'era qualcuno. Qualcuno che mi mancava da morire: era mio cugino.
La location era diversa. Ma le parole erano le stesse.
'Vai Pantani, vai che sei il più forte, vai e non farti scoraggiare dagli avversari'.
Mi svegliaii, quella mattina. Mancavano quattro giorni alla gara che avevo preparato più di tutte, provando più e più volte il percorso. Preparazione di gara che, a due settimane, sembrava sprofondata nel nulla: una caduta mi aveva rovinato tutto. Non avrei dovuto fare quella gara, non ero abbastanza preparato. Ma qualcuno, in sogno, quella notte di quattro giorni prima la gara, mia aveva parlato. Marco, cazzo, era Marco, mi aveva parlato: era Marco. Mi aveva detto in sogno quelle stessa parole di due anni prima, me le aveva dette con la stessa energia e con la stessa forza: era Marco.
Decisi: faccio la gara. La faccio e fanculo tutto il resto: la faccio per Marco.
Nastri di partenza. Microchip e appello ai partenti. Pronti, partenza, via.
Sensazioni bruttissime. Fatica, cuore in gola: ero in pianura ma mi sembrava di essere in salita. Salita che, dal canto suo, arrivò dopo qualche chilometro. Tornanti micidiali, fiato corto. Trovai un po' di ritmo ma non era abbastanza: sono dietro, molto dietro.
Poi la strada spianò. Rilancio l'azione, riprendo due, tre avversari: sono terzo. Spingo a tutta, fottendomene dei chilometri mancanti. Ma incontrai il terreno meno adatto a me: la discesa.
Sigle track, o meglio: sentiero mulattiera. In quei due o tre chilometri il cuore saliva in gola per l'ansia di essere ripreso dagli avversari. Marco, aiutami, cazzo, ti prego, aiutami tu. Continuavo a spingere a tutta, pregando che quelli dietro di me non mi raggiungessero.
Poi l'imprevisto. Dietro una curva che non ti aspetti, troppe pietre e sassi in mezzo al sentiero: la mia bici, troppo rigida di telaio e di sospensioni, non poteva reggere un colpo del genere. Iniziai a sbandare: destra, sinistra, destra, sinistra. Avevo perso il controllo della mia bicicletta. Chiusi gli occhi. Aspetto l'urto con il terreno.
Ma quell'urto non arrivò. Non arrivò la caduta, non arrivarono le escoriazioni e le pestature. Non arrivò nulla. La mia bicicletta, non so come, non so perchè, si era rimessa in asse. Il pensiero fu chiaro, fu per lui.
'Marco, sei grande'.
A volte il destino fa brutti scherzi, ti porta via le persone migliori della tua vita senza pietà, fottendosene del dolore e delle lacrime, della nostalgia e della malinconia che il loro addio porta nella tua vita. Ma quelle persone, dal canto loro, forse rimangono sempre con te, a farti compagnia quando tutto sembra andare male, quando tutto sembra perduto, quando la tua vita sembra essere persa. Quando in un giorno qualunque, in una gara qualunque, la tua competizione sembra finita per una caduta che tu non avevi previsto. Ed in quei momenti lì, così strani e pieni di tensione, così brutti e rischiosi, intervengono e ti danno una speranza in più, una marcia in più, una possibilità in più.
Non so cosa sia successo nel momento più misterioso della mia vita, quel momento. Darei fior di quattrini per avere un replay di quell'istante della mia esistenza, solo per cercare di capire che cosa sia successo. Ma credo che questo non sia possibile, così come non sarà possibile sapere come, quella bicicletta si sia rimessa in asse in un modo così strano. Ma di una cosa sono sicuro: Marco, in quel momento, ci ha messo il suo zampino.
Al traguardo fui terzo, senza allenamento e senza preparazione, con i dolori della caduta di due settimane prima ancora vivi e fastidiosi: ma terzo, su un podio che a me sapeva di vittoria. La stessa vittoria che tu, caro cugino, mi diedi quel giorno, la stessa che ottieni ogni giorno nella vita delle persone: quella di farne parte nonostante tu, fisicamente, non ci sei più.
E credo non ci sia vittoria più bella di chi, lasciato questo mondo, vive dentro le nostre vite ogni giorno che passa. Ogni giorno di più.
martedì 15 luglio 2014
Due ali di vento.
Due ali di vento, mosse da un condizionatore, muovono i miei capelli ed i miei pensieri, trovando un ragazzo smarrito e perso sempre più. La voce di Chris Martin, solista dei Coldplay, a farmi compagnia con quegli accordi di re minore, si bemolle maggiore, fa maggiore, do maggiore: gli accordi di The Scientist. Un mucchio di vestiti ammucchiati l'uno sull'altro, senza un senso, senza una direzione, senza un verso, quasi come se questi vestiti volessero rappresentare un po' tutti i fatti della mia vita.
La mia voce stridula tenta di cantare quella canzone, così bella e resa magnifica dalla voce di quel cantante, e mentre tanti brividi corrono tra la mia schiena i miei occhi si illuminano ed il mio naso si inumidisce. Provo a pensare dentro questa maliconia così forte e così grande se qualcosa, nella mia vita, abbia mai avuto un senso, e continuo a non trovare nulla che ne abbia avuto anche solo un minimo. La mia testa vaga, vuota, in quel mondo dove io mi ritrovo, a sognare una vita migliore e, forse, un briciolo di felicità. Quella stessa felicità che io non riesco a trovare, quella felicità che io cerco nel tentare di andare d'accordo con tutti, e incontra la mia infelicità, quella che nasce e cresce continuamente dentro di me, senza trovare un qualcosa in grado di poterla bloccare, quella causata da tanta voglia di essere me stesso per davvero e nel non riuscirci. Mi chiedo se l'errore sia dentro me o tra la gente che mi circonda, senza trovare neanche una minima risposta in grado di chiarire, almeno per il momento, la confusione che in questi momenti aleggia per la mia testa.
'Il senso della vita è quello di meritarsi ciò che si ottiene, accettando la fatica ed imparando dalle sconfitte'. Con queste parole una delle pietre miliari della mia vita definiva ciò che io da sempre sto cercando dentro e fuori me, senza mai trovarlo: il senso di questa mia fottuta vita. Se è vero che mi merito ciò che sto ottenendo, allora vaffanculo tutto, la mia vita è destinata ad essere un totale fallimento, pur accettando la fatica che ogni giorno diventa sempre più grande e pur imparando dalle sconfitte, le uniche certezze della mia esistenza.
Senza un appiglio, senza una direzione, senza un verso, vagheggio nel vuoto cercando un qualcosa che non riesco a trovare, disperandomi, perdendo fiducia in ciò che sono, in ciò che ero e sopratutto, in ciò che sarò, senza nessuna pietà. Mi chiedo perché nessuno provi a darmi fiducia, mi chiedo perché nessuno provi a darmi quel fottuto 'di più' in grado di rendere la mia vita migliore e, forse, di darle un senso. Ma, sopratutto, mi chiedo chi sono, perché sono qui a pensare queste cose, dove, quando, e sopratutto chi abbia programmato tutto ciò.
E nel mentre che la mia mente vagheggia, i miei pensieri fanno a pugni dentro di me e la malinconia sembra aver preso il sopravento nel mio corpo e nella mia anima, due ali di vento, mosse da un condizionatore, muovono i miei capelli ed i miei pensieri, trovando un ragazzo smarrito e perso sempre più.
La mia voce stridula tenta di cantare quella canzone, così bella e resa magnifica dalla voce di quel cantante, e mentre tanti brividi corrono tra la mia schiena i miei occhi si illuminano ed il mio naso si inumidisce. Provo a pensare dentro questa maliconia così forte e così grande se qualcosa, nella mia vita, abbia mai avuto un senso, e continuo a non trovare nulla che ne abbia avuto anche solo un minimo. La mia testa vaga, vuota, in quel mondo dove io mi ritrovo, a sognare una vita migliore e, forse, un briciolo di felicità. Quella stessa felicità che io non riesco a trovare, quella felicità che io cerco nel tentare di andare d'accordo con tutti, e incontra la mia infelicità, quella che nasce e cresce continuamente dentro di me, senza trovare un qualcosa in grado di poterla bloccare, quella causata da tanta voglia di essere me stesso per davvero e nel non riuscirci. Mi chiedo se l'errore sia dentro me o tra la gente che mi circonda, senza trovare neanche una minima risposta in grado di chiarire, almeno per il momento, la confusione che in questi momenti aleggia per la mia testa.
'Il senso della vita è quello di meritarsi ciò che si ottiene, accettando la fatica ed imparando dalle sconfitte'. Con queste parole una delle pietre miliari della mia vita definiva ciò che io da sempre sto cercando dentro e fuori me, senza mai trovarlo: il senso di questa mia fottuta vita. Se è vero che mi merito ciò che sto ottenendo, allora vaffanculo tutto, la mia vita è destinata ad essere un totale fallimento, pur accettando la fatica che ogni giorno diventa sempre più grande e pur imparando dalle sconfitte, le uniche certezze della mia esistenza.
Senza un appiglio, senza una direzione, senza un verso, vagheggio nel vuoto cercando un qualcosa che non riesco a trovare, disperandomi, perdendo fiducia in ciò che sono, in ciò che ero e sopratutto, in ciò che sarò, senza nessuna pietà. Mi chiedo perché nessuno provi a darmi fiducia, mi chiedo perché nessuno provi a darmi quel fottuto 'di più' in grado di rendere la mia vita migliore e, forse, di darle un senso. Ma, sopratutto, mi chiedo chi sono, perché sono qui a pensare queste cose, dove, quando, e sopratutto chi abbia programmato tutto ciò.
E nel mentre che la mia mente vagheggia, i miei pensieri fanno a pugni dentro di me e la malinconia sembra aver preso il sopravento nel mio corpo e nella mia anima, due ali di vento, mosse da un condizionatore, muovono i miei capelli ed i miei pensieri, trovando un ragazzo smarrito e perso sempre più.
domenica 13 luglio 2014
The Scientist.
'Ciao'. O forse 'Vaffanculo'. O forse 'Vai a farti fottere'. O forse 'Ammazzati'. O forse 'Ti odio'. O forse 'Ti amo'.
Non saprei come definire te ed il mio stato d'animo in questo momento così strano della mia vita. Tra l'incertezza di odiarti e la paura di amarti, mi nascondo dietro ad un timidissimo 'Ti voglio bene'. Un 'Ti voglio bene' vuoto di amicizia e pieno di amore, vuoto di semplicità e pieno di complicazioni semplicità, vuoto di tutto il resto del mondo e pieno di te. Il mio mondo vaga tra la voglia di costruire la mia vita con te e la realtà: una realtà amara, triste, rabbiosa, ma pur sempre 'realtà'.
Non tornerai, lo so. E così come non tornerai tu non tornerà mai più la mia vita felice e spensierata che avevo programmato assieme a te, quella vita non fatta di grandi palcoscenici o enormi realtà; una vita fatta di noi due e basta, nella nostra semplicità, nella nostra serenità, nel nostro amore così piccolo e così grande. Avrei voluto scrivere con te le pagine più belle della mia vita, avrei voluto portarti in una spiaggia in una notte d'estate, solo per sentire quanto batte forte il cuore quando di guardano le stelle abbracciati alla persona che si ama, avrei voluto amarti: amarti per davvero. Ma forse non è tempo per noi e probabilmente non lo sarà mai.
Non ci riesco. Non riesco ad accettare il fatto che ti fai usare da persone che vogliono solo sfruttarti, che da te vogliono solo qualcosa di fisico, senza guardare dentro te, senza guardare ciò che sei, senza riuscire ad amarti perché loro realmente non ti amano ma tu si, si che le ami. Non riesco ad accettarlo. Eppure devo, devo accettarlo, per forza di cose devo accettarlo, Dio Santo.
Continuo a combattere, a creare una lotta interiore tra il ricordo di ciò che eravamo e la realtà di ciò che non siamo più. E forse, questa lotta, non la vincerò mai.
'Question of science, science and progress, do not speak as loud as my heart.'
'Questioni di scienza e progresso sono niente in confronto a ciò che dice il mio cuore.'
Perché tutto il mondo è nulla in confronto a ciò che il mio cuore dice di te.
Non saprei come definire te ed il mio stato d'animo in questo momento così strano della mia vita. Tra l'incertezza di odiarti e la paura di amarti, mi nascondo dietro ad un timidissimo 'Ti voglio bene'. Un 'Ti voglio bene' vuoto di amicizia e pieno di amore, vuoto di semplicità e pieno di complicazioni semplicità, vuoto di tutto il resto del mondo e pieno di te. Il mio mondo vaga tra la voglia di costruire la mia vita con te e la realtà: una realtà amara, triste, rabbiosa, ma pur sempre 'realtà'.
Non tornerai, lo so. E così come non tornerai tu non tornerà mai più la mia vita felice e spensierata che avevo programmato assieme a te, quella vita non fatta di grandi palcoscenici o enormi realtà; una vita fatta di noi due e basta, nella nostra semplicità, nella nostra serenità, nel nostro amore così piccolo e così grande. Avrei voluto scrivere con te le pagine più belle della mia vita, avrei voluto portarti in una spiaggia in una notte d'estate, solo per sentire quanto batte forte il cuore quando di guardano le stelle abbracciati alla persona che si ama, avrei voluto amarti: amarti per davvero. Ma forse non è tempo per noi e probabilmente non lo sarà mai.
Non ci riesco. Non riesco ad accettare il fatto che ti fai usare da persone che vogliono solo sfruttarti, che da te vogliono solo qualcosa di fisico, senza guardare dentro te, senza guardare ciò che sei, senza riuscire ad amarti perché loro realmente non ti amano ma tu si, si che le ami. Non riesco ad accettarlo. Eppure devo, devo accettarlo, per forza di cose devo accettarlo, Dio Santo.
Continuo a combattere, a creare una lotta interiore tra il ricordo di ciò che eravamo e la realtà di ciò che non siamo più. E forse, questa lotta, non la vincerò mai.
'Question of science, science and progress, do not speak as loud as my heart.'
'Questioni di scienza e progresso sono niente in confronto a ciò che dice il mio cuore.'
Perché tutto il mondo è nulla in confronto a ciò che il mio cuore dice di te.
martedì 17 giugno 2014
Schizzi dell'una di notte di un giorno qualunque.
Sempre in stallo la situazione per M**** e F*******, la coppia numero uno in fatto di bipolarismi cocenti e cambi d'umore insistenti. Nonostante il grande confronto diplomatico avvenuto in sede odierna, la situazione sembra essere immutata dal punto di vista dei comportamenti e degli atteggiamenti tra i le due parti: F* resta ossessiva e compulsiva così come lo è sempre stata nell'ultimo periodo (ultimo periodo che dura ormai quasi da un anno e mezzo, ndr), mentre M* risulta essere sempre troppo debole per prendere spazi propri e decisioni durature.
A sostegno della parte debole di M* arriva un grande fronte diplomatico di sostegno, formato da A*, MN* e FR* che dal canto loro continuano continuamente a sostenere il ragazzo senza tirarsi indietro, ma giurando fedeltà e amicizia eterna a quel loro amico che in questo momento è in netta difficoltà. Se A* e MN* potrebbero sostenere però un taglio totale dei rapporti tra M* e F*, FR* sta assumendo una posizione più di 'confronto e dialogo', senza però conoscere esattamente quali possono essere i comportamenti a lungo termine della ragazza in questione. La proposta di FR* per M* sarebbe in sostanza quella di prendersi i propri spazi senza andare a chiedere nulla alla ragazza, dedicando più tempo agli amici e sferzando quell'ossessione e quell'insofferenza acuita dalla voglia matta propria di F* di tenersi il ragazzo in questione tutto per se. Questa proposta, però, probabilmente non risulterà essere sostenuta particolarmente dall'altra sponda del fronte a sostegno di M*.
Sostegno che, invece, manca particolarmente alla ragazza F*, dove l'unico fronte diplomatico di mediazione che le si apre davanti agli occhi è quello di FR*, che però dal canto suo non sostiene assolutamente le sue idee ma continua a dirle di cambiare atteggiamento nei confronti di M*; un altro fronte diplomatico, questo, che potrebbe risultare particolarmente fondamentale nel protrarsi della situazione nel tempo.
Insomma, una situazione complicata che, se vorrà essere risolta, non avrà bisogno del confronto delle due parti, ma di tutte le parti in causa.
F.P.
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