mercoledì 17 settembre 2014

Ricordi.

9:21. Oggi è una giornata nuvolosa, e tra poco meno di un'ora dovrò essere a scuola. Tra tutti i miei pensieri su come trascorrere quest'ora, avevo pensato di andare da mia nonna, magari fare una foto a quel bellissimo mazzo di rose rosse e bianche che nonno le ha regalato ieri, per il suo settantaquattresimo compleanno, per poi magari pubblicare quella foto su Instagram e scrivere una bella dedica ad un amore che, pur passando gli anni, non finisce mai.
Progetti stroncati. Con l'ingenuità di un bambino mi siedo sullo sgabello del pianoforte di casa, pronto a strimpellare qualcosa su 'Boulevard of broken dreams'. Certo gli accordi su Internet, li trovo. Ma poi, come un fulmine a ciel sereno, mi viene in mente lui: l'amico di una vita passata, quella vita che ormai hai cambiato e che non è più la tua. Quell'amico che magari ti ha sempre trattato un po' di merda, ma a cui forse tu hai voluto un bene dell'anima, fino a trascurare te stesso pur di mantenere in piedi un'amicizia così.

Chiudo la pagina degli accordi e mi precipito su Facebook. Entro, cerco il suo profilo. Eccolo.
E' sempre lui. Guardo la sua bacheca. Scendo. Tanti, troppi ricordi, troppo pesanti per uno come me. Lacrime. Amarezza. Schifo. Devo uscire dal suo profilo ma ci rimango. Continuo a scendere, continuo a sfogliare. Due anni fa. Tre anni fa. Continuo a lacrimare con il viso inespressivo, freddo, apatico, vuoto. Le lacrime solcano il mio viso, che dal canto suo non fa una piega; lascia parlare gli occhi, unici testimoni di un dolore troppo grande per essere descritto.
Devo uscire dal suo profilo, cazzo. Devo uscire. Ma non ce la faccio. Continuo a scendere e arrivo in fondo. Vedo un'icona: Immagini.
Non ci devo entrare. Non devo farlo, Devo passare oltre, mettere il telefono in standby, chiudere tutto, magari sbatterlo a terra e romperlo, ma non devo entrare in quella dannata icona, non devo premerci sopra. E invece lo faccio, dannazione. Inizio a sfogliare e a guardare tutte le foto, una per una. Ora lavora. Prima andava a scuola. Continuo a sfogliarle. Le lacrime sembrano cessare.
Poi arriva la mazzata, il colpo di grazia: la nostra foto. La nostra foto, cazzo, quella di cui io mi ero dimenticato, quella che io avevo rimosso dai miei ricordi, dalle mie giornate, dai miei pensieri. Le lacrime riprendono a scorrere insistentemente mentre il mio viso inizia a tremare, a incespicare, a cedere. Le mie corde vocali vogliono farsi sentire, io le trattengo. 'Voi non parlate, almeno per oggi'.
Chiudo Facebook, chiudo tutto. Mi chiudo in stanza, al buio, rinnegando un passato che, tumultato da ricordi, torna indietro a bussare e a farsi sentire, forte come non mai.

Le persone non si dimenticano. Potranno averci fatto del bene, del male o forse tutti e due, ma non si dimenticano. Perché chiunque passi nella tua vita, anche apparentemente uno sconosciuto che incroci per strada e neanche saluti, ti lascia dentro qualcosa, E quel qualcosa non potrà mai essere cancellato.

domenica 20 luglio 2014

Giornate un po' così.

A volte, nella tua vita, ti capita di incontrare e trascorrere giornate strane. Giornate dove tutto sembra fatto e architettato per andare al meglio ma invece, quel 'andare al meglio' non esiste. Giornate dove tutto dovrebbe filare liscio e scorrevole, ma tutto finisce per trasformarsi in un qualcosa di duro, pesante.  Non sono le classiche 'giornate no', sono giornate strane. Giornate fatte a modo loro.
Dovresti divertirti, perché lo scopo reale di quella giornata è, per l'appunto, il divertimento, e forse lo fai. Ma ogni pensiero, ogni mossa, ogni movimento viene condizionato da lui: il tuo desiderio. Un desiderio grande, forte, doloroso, in grado di toglierti il sonno e la fame, in grado di farti versare più lacrime che sudore, in grado di rovinarti le giornate, queste giornate, apparentemente belle ma che lentamente si trasformano in un incubo. Un incubo vero, un incubo tremendo. Un incubo perenne.
Il tuo desiderio ha un nome: Lei. Lei è la ragazza più bella del mondo ed ogni suo gesto, parola, modo di fare condiziona il tuo. Lei tiene a te, ma in un modo suo, non di certo il modo con il quale tu tieni a lei. Lei ha Altro per la testa, e di conseguenza anche Altro condiziona i tuoi pensieri e le tue giornate. Altro è più forte di te, e attira tutte le attenzioni di Lei, nonostante i suoi atteggiamenti siano da stronzo, da coglione. Lei vuole Altro e tu vuoi Lei: si sa che, nella vita, funziona sempre così. Daresti fior di quattrini per essere al posto di Altro, ma non puoi.
Tu vuoi Lei. Vuoi Lei e basta. Non riesci a guardare più una ragazza, non riesci ad essere più te stesso: vuoi Lei e basta. Non ti interessa avere amici, non ti interessa niente: se hai Lei hai tutto. Non ti piace più nessun'altro: vuoi Lei, solo Lei. Ma sai bene che, oltre al fatto che Lei non può ricambiare il tuo amore, non puoi neanche più insistere: il rapporto tra te e Lei è troppo logorato per esser messo a contatto con i tuoi sentimenti. Non puoi fare più nulla, solo arrenderti. E soffrire: in silenzio, da solo, senza pietà né cavalleria, senza avere nessuno che ti venga a tirar fuori dalla montagna di merda dove tu ti trovi, senza avere nessuno in grado di aiutarti. Solo, in una montagna di merda. Solo, in silenzio. Solo.
Urli: di disperazione, di rabbia, di malinconia. Urli perché vuoi rompere il silenzio ed iniziare ad amare, urli perché vuoi essere te stesso, urli perché vuoi vivere la tua vita e non mascherare i tuoi sentimenti, sotterrandoli dentro una montagna di merda. Ma, per quanti sforzi tu possa fare, non ce la fai.
E finisci per vivere queste giornate: giornate costruite per essere felici ma che in realtà diventano covo dei tuoi pensieri, fatte per essere vissute da te stesso ma che finiscono per essere vissute dai tuoi pensieri, giornate che dovrebbero essere piene ma diventano vuote. Giornate un po' così.

sabato 19 luglio 2014

La vittoria più grande.

Ancora una curva, una salitella, e sarei arrivato a casa. Mancavano poche ore alla terza gara più importante della mia vita, e quel giorno nonostante fosse festa avevo deciso di rientrare prima, proprio per preservare le mie energie per la gara del giorno dopo. Pensavo fosse un di quei rientri a casa uguali agli altri, ma qualcuno, in quella strada, mi aspettava.
Un ragazzo in sedia a rotelle, assieme alla sua ragazza, scendeva da quella stessa strada che io stavo facendo in salita: era Marco, mio cugino. Da circa un anno aveva avuto problemi al midollo osseo della colonna vertebrale: un problema che, giusto il tempo di diplomarsi, lo aveva debilitato ben presto, riducendolo a vivere senza l'uso delle gambe. Di lì a poco aveva affrontato tutta una serie di problemi: interventi, tempi di recupero, riabilitazione. Cazzo: era un sacco di tempo che non lo vedevo.
'Ciao Marco!'.
'Ciao Franci! Come stai? Da quanto tempo senza vederci!'.
'Da molto davvero! Io sto bene. E tu?'.
'Lentamente si riprende, io sto meglio!'.
'Grande! Ma state uscendo adesso?'.
'Si! E come mai tu stai già rientrando?'.
'Io domani ho una gara di bici, mi conviene rientrare presto, altrimenti farò una bella figura di merda!'.
'Macchè, ma stai tranquillo!'. Mi toccò la spalla: 'Vai Pantani, sei fortissimo!'. Mi guardò sicuro, con uno di quegli sguardi di chi sa darti fiducia in un millesimo di secondo.
'Magari essere come Pantani!' sorrisi. 'Io darei l'anima per essere come un gregario di Pantani!'.
'Tranquillo: vedrai. Domani mi darai ragione'.
Ci salutammo. Tornai a casa: mi coricai.
Il giorno dopo arrivò in fretta. Nastri di partenza. Microchip, appello ai partenti: pronti, partenza, via.
Partii a tutta: sensazioni bellissime. Riuscii a tenere il ritmo dei migliori senza scannarmi, senza fiatone, con una pedalata agile e leggera. Poi arrivò la discesa: il terreno più difficile per me. Qui gli avversari mi staccarono, uno dopo l'altro. Ma poi tornò la salita: ben sette chilometri e mezzo, otto di pendenza, la salita più adatta per uno come me.
Troppo facile dire che ripresi e staccai gli avversari uno per uno, troppo facile dire che stavo benissimo. Tagliai il traguardo per primo, fottendomene di alzare le braccia al cielo, fottendomene del podio e delle premiazioni. Volevo vedere mio cugino: lui aveva avuto ragione, lui aveva azzeccato quel pronostico, non so come e non so perchè, ma lo aveva azzeccato. Ed io glielo dovevo dire.
Lo beccai in giro, quella sera. Mi avvicinai, con un sorriso a cinquanta denti, nonostante un uomo, tutti quei denti, non li abbia.
'Marco: ho vinto. Avevi ragione!'.
'Te l'ho detto io! Ascolta tuo cugino grande ogni tanto, che non ti fa male!'.

*          *          *          *

Mancava un giorno all'ultima prova del mio esame di terza media: la prova orale. Sarei voluto essere seduto su una scrivania a studiare, sarei voluto essere rinchiuso in una stanza con i libri davanti, sarei voluto essere già lì: a dare l'esame. Ed invece ero in mezzo ad un corteo di più di mille persone che camminava lento e costante. Davanti a questo corteo c'era una macchina, dentro questa macchina c'era mio cugino. Avrei voluto parlargli, dirgli che non era giusto, che non era ora e che avevo bisogno di lui, che doveva essere a bordo strada a tifarmi, che doveva vivere la sua vita, che doveva essere il Marco che io avevo sempre conosciuto. Ed invece, chiuso dentro quella macchina, si preparava a fare il viaggio più lungo della sua vita: quello in un mondo che non era più il nostro.
Tanta gente piangeva, quel giorno: bambini, ragazzi, anziani, uomini e donne. Io no: ero letteralmente incazzato nero. Chiunque avesse architettato che Marco se ne andasse dal nostro mondo era una fottutissimo coglione. Non potevo accettare che lui se ne andasse così, senza poter fare nulla per aiutarlo, senza poter fare nulla per dargli una mano, senza poter fare nulla di nulla.
Resteranno le lacrime della ragazza. Resteranno le parole di dolore di quella grande donna che era sua nonna. Resterà il dolore ineccepibile della mamma. Resterà il silenzio del padre e del nonno. E, dentro me, resterà il mio incazzo: l'incazzo di chi sa di aver perso una delle persone migliori della propria vita.

*          *          *          *

Avevo appena finito una gara: ero sul lungo argine a San Vito, quel viali utilizzato fino a quel momento per tutti gli arrivi di gara. Sembrava una gara qualunque, ma ad aspettarmi, al traguardo, c'era qualcuno. Qualcuno che mi mancava da morire: era mio cugino.
La location era diversa. Ma le parole erano le stesse.
'Vai Pantani, vai che sei il più forte, vai e non farti scoraggiare dagli avversari'.

Mi svegliaii, quella mattina. Mancavano quattro giorni alla gara che avevo preparato più di tutte, provando più e più volte il percorso. Preparazione di gara che, a due settimane, sembrava sprofondata nel nulla: una caduta mi aveva rovinato tutto. Non avrei dovuto fare quella gara, non ero abbastanza preparato. Ma qualcuno, in sogno, quella notte di quattro giorni prima la gara, mia aveva parlato. Marco, cazzo, era Marco, mi aveva parlato: era Marco. Mi aveva detto in sogno quelle stessa parole di due anni prima, me le aveva dette con la stessa energia e con la stessa forza: era Marco.
Decisi: faccio la gara. La faccio e fanculo tutto il resto: la faccio per Marco.

Nastri di partenza. Microchip e appello ai partenti. Pronti, partenza, via.
Sensazioni bruttissime. Fatica, cuore in gola: ero in pianura ma mi sembrava di essere in salita. Salita che, dal canto suo, arrivò dopo qualche chilometro. Tornanti micidiali, fiato corto. Trovai un po' di ritmo ma non era abbastanza: sono dietro, molto dietro.
Poi la strada spianò. Rilancio l'azione, riprendo due, tre avversari: sono terzo. Spingo a tutta, fottendomene dei chilometri mancanti. Ma incontrai il terreno meno adatto a me: la discesa.
Sigle track, o meglio: sentiero mulattiera. In quei due o tre chilometri il cuore saliva in gola per l'ansia di essere ripreso dagli avversari. Marco, aiutami, cazzo, ti prego, aiutami tu. Continuavo a spingere a tutta, pregando che quelli dietro di me non mi raggiungessero.
Poi l'imprevisto. Dietro una curva che non ti aspetti, troppe pietre e sassi in mezzo al sentiero: la mia bici, troppo rigida di telaio e di sospensioni, non poteva reggere un colpo del genere. Iniziai a sbandare: destra, sinistra, destra, sinistra. Avevo perso il controllo della mia bicicletta. Chiusi gli occhi. Aspetto l'urto con il terreno.

Ma quell'urto non arrivò. Non arrivò la caduta, non arrivarono le escoriazioni e le pestature. Non arrivò nulla. La mia bicicletta, non so come, non so perchè, si era rimessa in asse. Il pensiero fu chiaro, fu per lui.
'Marco, sei grande'.
A volte il destino fa brutti scherzi, ti porta via le persone migliori della tua vita senza pietà, fottendosene del dolore e delle lacrime, della nostalgia e della malinconia che il loro addio porta nella tua vita. Ma quelle persone, dal canto loro, forse rimangono sempre con te, a farti compagnia quando tutto sembra andare male, quando tutto sembra perduto, quando la tua vita sembra essere persa. Quando in un giorno qualunque, in una gara qualunque, la tua competizione sembra finita per una caduta che tu non avevi previsto. Ed in quei momenti lì, così strani e pieni di tensione, così brutti e rischiosi, intervengono e ti danno una speranza in più, una marcia in più, una possibilità in più.
Non so cosa sia successo nel momento più misterioso della mia vita, quel momento. Darei fior di quattrini per avere un replay di quell'istante della mia esistenza, solo per cercare di capire che cosa sia successo. Ma credo che questo non sia possibile, così come non sarà possibile sapere come, quella bicicletta si sia rimessa in asse in un modo così strano. Ma di una cosa sono sicuro: Marco, in quel momento, ci ha messo il suo zampino.


Al traguardo fui terzo, senza allenamento e senza preparazione, con i dolori della caduta di due settimane prima ancora vivi e fastidiosi: ma terzo, su un podio che a me sapeva di vittoria. La stessa vittoria che tu, caro cugino, mi diedi quel giorno, la stessa che ottieni ogni giorno nella vita delle persone: quella di farne parte nonostante tu, fisicamente, non ci sei più.
E credo non ci sia vittoria più bella di chi, lasciato questo mondo, vive dentro le nostre vite ogni giorno che passa. Ogni giorno di più.

martedì 15 luglio 2014

Due ali di vento.

Due ali di vento, mosse da un condizionatore, muovono i miei capelli ed i miei pensieri, trovando un ragazzo smarrito e perso sempre più. La voce di Chris Martin, solista dei Coldplay, a farmi compagnia con quegli accordi di re minore, si bemolle maggiore, fa maggiore, do maggiore: gli accordi di The Scientist. Un mucchio di vestiti ammucchiati l'uno sull'altro, senza un senso, senza una direzione, senza un verso, quasi come se questi vestiti volessero rappresentare un po' tutti i fatti della mia vita.
La mia voce stridula tenta di cantare quella canzone, così bella e resa magnifica dalla voce di quel cantante, e mentre tanti brividi corrono tra la mia schiena i miei occhi si illuminano ed il mio naso si inumidisce. Provo a pensare dentro questa maliconia così forte e così grande se qualcosa, nella mia vita, abbia mai avuto un senso, e continuo a non trovare nulla che ne abbia avuto anche solo un minimo. La mia testa vaga, vuota, in quel mondo dove io mi ritrovo, a sognare una vita migliore e, forse, un briciolo di felicità. Quella stessa felicità che io non riesco a trovare, quella felicità che io cerco nel tentare di andare d'accordo con tutti, e incontra la mia infelicità, quella che nasce e cresce continuamente dentro di me, senza trovare un qualcosa in grado di poterla bloccare, quella causata da tanta voglia di essere me stesso per davvero e nel non riuscirci. Mi chiedo se l'errore sia dentro me o tra la gente che mi circonda, senza trovare neanche una minima risposta in grado di chiarire, almeno per il momento, la confusione che in questi momenti aleggia per la mia testa.
'Il senso della vita è quello di meritarsi ciò che si ottiene, accettando la fatica ed imparando dalle sconfitte'. Con queste parole una delle pietre miliari della mia vita definiva ciò che io da sempre sto cercando dentro e fuori me, senza mai trovarlo: il senso di questa mia fottuta vita. Se è vero che mi merito ciò che sto ottenendo, allora vaffanculo tutto, la mia vita è destinata ad essere un totale fallimento, pur accettando la fatica che ogni giorno diventa sempre più grande e pur imparando dalle sconfitte, le uniche certezze della mia esistenza.
Senza un appiglio, senza una direzione, senza un verso, vagheggio nel vuoto cercando un qualcosa che non riesco a trovare, disperandomi, perdendo fiducia in ciò che sono, in ciò che ero e sopratutto, in ciò che sarò, senza nessuna pietà. Mi chiedo perché nessuno provi a darmi fiducia, mi chiedo perché nessuno provi a darmi quel fottuto 'di più' in grado di rendere la mia vita migliore e, forse, di darle un senso. Ma, sopratutto, mi chiedo chi sono, perché sono qui a pensare queste cose, dove, quando, e sopratutto chi abbia programmato tutto ciò.
E nel mentre che la mia mente vagheggia, i miei pensieri fanno a pugni dentro di me e la malinconia sembra aver preso il sopravento nel mio corpo e nella mia anima, due ali di vento, mosse da un condizionatore, muovono i miei capelli ed i miei pensieri, trovando un ragazzo smarrito e perso sempre più.

domenica 13 luglio 2014

The Scientist.

'Ciao'. O forse 'Vaffanculo'. O forse 'Vai a farti fottere'. O forse 'Ammazzati'. O forse 'Ti odio'. O forse 'Ti amo'.
Non saprei come definire te ed il mio stato d'animo in questo momento così strano della mia vita. Tra l'incertezza di odiarti e la paura di amarti, mi nascondo dietro ad un timidissimo 'Ti voglio bene'. Un 'Ti voglio bene' vuoto di amicizia e pieno di amore, vuoto di semplicità e pieno di complicazioni semplicità, vuoto di tutto il resto del mondo e pieno di te. Il mio mondo vaga tra la voglia di costruire la mia vita con te e la realtà: una realtà amara, triste, rabbiosa, ma pur sempre 'realtà'.
Non tornerai, lo so. E così come non tornerai tu non tornerà mai più la mia vita felice e spensierata che avevo programmato assieme a te, quella vita non fatta di grandi palcoscenici o enormi realtà; una vita fatta di noi due e basta, nella nostra semplicità, nella nostra serenità, nel nostro amore così piccolo e così grande. Avrei voluto scrivere con te le pagine più belle della mia vita, avrei voluto portarti in una spiaggia in una notte d'estate, solo per sentire quanto batte forte il cuore quando di guardano le stelle abbracciati alla persona che si ama, avrei voluto amarti: amarti per davvero. Ma forse non è tempo per noi e probabilmente non lo sarà mai.
Non ci riesco. Non riesco ad accettare il fatto che ti fai usare da persone che vogliono solo sfruttarti, che da te vogliono solo qualcosa di fisico, senza guardare dentro te, senza guardare ciò che sei, senza riuscire ad amarti perché loro realmente non ti amano ma tu si, si che le ami. Non riesco ad accettarlo. Eppure devo, devo accettarlo, per forza di cose devo accettarlo, Dio Santo.
Continuo a combattere, a creare una lotta interiore tra il ricordo di ciò che eravamo e la realtà di ciò che non siamo più. E forse, questa lotta, non la vincerò mai.

'Question of science, science and progress, do not speak as loud as my heart.'
'Questioni di scienza e progresso sono niente in confronto a ciò che dice il mio cuore.'
Perché tutto il mondo è nulla in confronto a ciò che il mio cuore dice di te.

martedì 17 giugno 2014

Schizzi dell'una di notte di un giorno qualunque.

Sempre in stallo la situazione per M**** e F*******, la coppia numero uno in fatto di bipolarismi cocenti e cambi d'umore insistenti. Nonostante il grande confronto diplomatico avvenuto in sede odierna, la situazione sembra essere immutata dal punto di vista dei comportamenti e degli atteggiamenti tra i le due parti: F* resta ossessiva e compulsiva così come lo è sempre stata nell'ultimo periodo (ultimo periodo che dura ormai quasi da un anno e mezzo, ndr), mentre M* risulta essere sempre troppo debole per prendere spazi propri e decisioni durature.
A sostegno della parte debole di M* arriva un grande fronte diplomatico di sostegno, formato da A*, MN* e FR* che dal canto loro continuano continuamente a sostenere il ragazzo senza tirarsi indietro, ma giurando fedeltà e amicizia eterna a quel loro amico che in questo momento è in netta difficoltà. Se A* e MN* potrebbero sostenere però un taglio totale dei rapporti tra M* e F*, FR* sta assumendo una posizione più di 'confronto e dialogo', senza però conoscere esattamente quali possono essere i comportamenti a lungo termine della ragazza in questione. La proposta di FR* per M* sarebbe in sostanza quella di prendersi i propri spazi senza andare a chiedere nulla alla ragazza, dedicando più tempo agli amici e sferzando quell'ossessione e quell'insofferenza acuita dalla voglia matta propria di F* di tenersi il ragazzo in questione tutto per se. Questa proposta, però, probabilmente non risulterà essere sostenuta particolarmente dall'altra sponda del fronte a sostegno di M*.
Sostegno che, invece, manca particolarmente alla ragazza F*, dove l'unico fronte diplomatico di mediazione che le si apre davanti agli occhi è quello di FR*, che però dal canto suo non sostiene assolutamente le sue idee ma continua a dirle di cambiare atteggiamento nei confronti di M*; un altro fronte diplomatico, questo, che potrebbe risultare particolarmente fondamentale nel protrarsi della situazione nel tempo.
Insomma, una situazione complicata che, se vorrà essere risolta, non avrà bisogno del confronto delle due parti, ma di tutte le parti in causa.

F.P.

mercoledì 11 giugno 2014

Boulevard of broken dreams.

Cammino da una vita in una strada solitaria, l'unica che io abbia mai conosciuto. Non so dove questa strada mi porti, ne perché io stia camminando, ma per me è un po' la mia casa, e ci cammino da solo.
Cammino su questa strada vuota, che io soprannominerei 'Viale dei sogni infranti', mentre la città dorme, immerso in un mare di solitudine e di tristezza, e cammino da solo. L'unica cosa che rimane affianco a me, imperterrita e inseparabile compagna della mia vita, è la mia ombra. Dentro di me, il mio cuore debole e sfinito continua a battere lentamente, quasi a rappresentare l'unica cosa che rimane viva dentro di me. A volte spero che, in questa strada desolata, qualcuno mi trovi. Ma fino ad allora camminerò da solo.
Cammino su quella linea sottile ed infinita che separa, da qualche parte nella mia mente, la mia vita dall'orlo di una crisi irrefrenabile: in questa linea leggo tutto ciò che è stato fottutamente bello e fottutamente bastardo in tutta la mia vita.
E questa fottutissima strada sembra non avere una fine.

martedì 10 giugno 2014

Riflessione autodistruttiva.

Continuo a chiedermi quale sia il mio errore con la gente, quale sia il motivo che mi spinga a ricevere continuamente pugnalate alle spalle e pugni nello stomaco da essa, quale sia il problema a rapportarmi con le persone, quale sia il problema che mi spinga a farmi mettere i piedi sopra da chiunque.
Non ho più parole per definire la mia situazione. In continuo autocontrollo per non cadere in un vortice che non sarei in grado di controllare, spingo me stesso ad affrontare situazioni che non sono in grado di fronteggiare, spingo me stesso a mentire contro me stesso e contro il mondo.
Come quando ti stai giocando la tua vita e tutti i tuoi sentimenti stando dietro ad una persona che ti dimostra si amicizia, si affetto, ma sicuramente non amore. La cosa potrebbe essere aggravata dal fatto che quella ragazza potrebbe non chiudere tutte le porte davanti a te, ed una buona dose di illusione personale ti porta a pensare cose che non dovresti pensare. 'Mi piaci' che ricevono come risposta 'Ti voglio bene', che situazione di merda. Quando ti da un bacio sulla guancia speri sempre che d'improvviso si giri e te lo dia sulle labbra.
Che situazione del cazzo, e non puoi neanche decidere da solo che rapporto avere con una persona. Ovvio che a me non spettano giudizi, ma molto spesso queste situazioni sono particolarmente fastidiose.
Ed in queste situazioni, esistono due tipi di uomini: quelli che se ne fottono, che decidono di troncare il rapporto per orgoglio o semplicemente perchè quella ragazza la vogliono davvero e non vogliono starci male, e quelli che pur di non rompere il rapporto per vari motivi decidono di mantenere un rapporto attraverso compromessi che non saranno mai in grado di rispettare. Loro lo sanno, che quei compromessi sono troppo stretti per quell'amore forte e potente che li travolge, ma forse la situazione che è affianco a loro è troppo complicata e non possono permettersi di rompere il rapporto tra di loro: parlo di quando si lavora nello stesso luogo o, più semplicemente, quando si collabora per una stessa attività, uno stesso scopo.
Questi compromessi portano un uomo all'autodistruzione, a non dormire la notte, a piangere di continuo, a star male, a guardare il mondo con uno sguardo vuoto e spento. Fino a quando, poi, un giorno ricevi il colpo di grazia per un motivo o per un'altro, come ad esempio quando la ragazza in questione ti dice che sta tornando con l'ex, o comunque ti sta dicendo che si sta mettendo con uno che sicuramente, senza giudizi personali ma visti i dati di fatto, la sta trattando decisamente peggio di come la stai trattando tu. E continui a mentire, per non farle del male.
'Se sei felice con lui, io sarò felice con te'.
Mai sentita una balla più grande. Gente: se vi sentite dire una cosa del genere, non credeteci. Un cane non è felice se un'altro cane gli ruba l'osso, nemmeno se quel cane fosse 'la sua partner', un uomo non è felice se la donna per cui lotterebbe sempre e per cui sta lottando con tutto se stesso sta con un'altro, specialmente se quell'altro è stato ripetutamente motivo di sofferenza per lei, la quale però dal canto suo continua ad essere masochista e a farsi del male pur sapendo benissimo che quell'uomo forse non le regalerà nulla ma continuerà a rubarle il cuore. E non esiste uomo più triste di quello che è costretto a vedere la donna che ama stare con un altro.
Finisci per crollare, per non farcela più. Ti chiudi in un mondo tuo, continuando a imprecare contro Dio che non ti dona quel poco e allo stesso tempo quel tutto di cui tu hai bisogno, a mandare a fanculo tutto ciò che ti circonda, a star male per qualsiasi cosa, a non vedere in niente un motivo di sorriso, nemmeno nel tuo cane giocherellone che ti salta addosso e inizia a leccarti il braccio. E sopratutto finisci inevitabilmente a non riuscire a scrivere a lei, alla ragazza che ami, non riesci a dirle nulla.
'Cos'hai?'. 'Nulla'. 'Non ti credo'. 'Non credermi'.
Va tutto bene ciò che nel mondo va bene, un po' meno la mia vita che, rinchiusa in una trappola che sembra essere senza uscita, continua a non trovare uno sfogo per tirar fuori i suoi sentimenti.
Finirò con l'avere paura: avere paura di rapportarmi con le persone, avere paura di essere me stesso, avere paura di amare. Avere paura di vivere. E non esiste uomo più morto di quello che non ha più voglia di vivere.

mercoledì 21 maggio 2014

A sky full of stars.

Cause you’re a sky, cause you’re a sky full of stars
I’m going to give you my heart
Cause you’re a sky, cause you’re a sky full of stars
And cause you light up the path  


Perchè sei un cielo, perchè sei un cielo pieno di stelle. Ti sto dando il mio cuore perchè sei il mio cielo pieno di stelle, e perchè tu illumini il mio cammino.

And I don’t care, go on and tear me apart
I don’t care if you do
Cause in a sky, cause in a sky full of stars
I think I see you


E non m'importa nulla, continua pure a lacerarmi, a distruggermi, a logorarmi: non m'importa se lo fai. Perchè ti ho vista: ti ho vista in un cielo pieno di stelle.



Mi dirai che ho sbagliato ragazza, che sei difficile, forse che sei impossibile. E voi ditemi che non ce la farò. Effettivamente sono in una salita senza fine, il vento contro, il sole a cuocermi, nessun'albero a farmi un po' d'ombra e ad alleviare la mia sofferenza, e il traguardo anzichè avvicinarsi sembra allontanarsi sempre più. Eppure sono qui, a lottare, forse a perdere, ma non ad arrendermi: combatterò fino alla morte per averti, ricordatelo. Perchè sei il mio cielo pieno di stelle, potrai distruggermi, ma ti sto dando il mio cuore. Ricordatelo.

martedì 22 aprile 2014

Gabbie invisibili.

18 anni e non sentirli, una vita davanti. Ho sempre cercato, in questi diciotto anni, dove fosse il problema tra me e la gente, quello stesso problema in grado di rovinarmi l'esistenza senza un'evidente motivo apparente, un problema in grado di togliermi il sonno e di farmi star male, male da morire. Ho sempre cercato questo problema all'esterno, sforzandomi di vederlo come la mancanza di un qualcosa, di determinate amicizie o di una figura femminile in grado di amarmi, attribuendo a questa 'mancanza' la ragione di tutte le mie sofferenze. Ho fatto di tutto in questi anni: bicicletta, calcio, pallavolo, ho baciato senza volerlo,ho studiato, mi sono lasciato andare, mi sono divertito, ho bevuto, ho fumato, ci ho provato con diverse ragazze, mi sono sentito solo, sono stato scaricato, ho abbandonato amici che non se lo meritavano e io stesso sono stato abbandonato, ho pianto, ho riso, ho visto mio nonno morire, ho fatto cazzate per poi pentirmene, ho fatto passare ai miei le pene dell'inferno, ho meditato il suicidio per poi sentirmi una merda, ho preso per culo e sono stato preso per culo, ho odiato, ho voluto bene, ma una cosa è certa: non ho mai amato. Quando credevo di averlo fatto era pura e semplice ossessione: quella ragazza la dovevo avere con me perchè dovevo dimostrare a me stesso e agli altri di essere qualcuno, di essere forte: non perchè amavo. No: non ho mai amato, a diciotto anni non ho mai amato.
Ecco dove sta il problema: semplicemente, solo ora scopro di non saper conoscere nemmeno me stesso e ciò che voglio. Una canzone stupida e forse da dementi dice:

-Sono mesi che stai cavalcando. Dimmi, dove andrai?
-Nord, sud, ovest, est. E forse quel che cerco neanche c'è. Starò cercando lei o forse me?

La risposta ce l'ho in testa: sto cercando me stesso ancora. E tutti quei sentimenti così ossessivi ed effimeri sono la pura dimostrazione che ancora non so nemmeno chi essere. Non si può cercare un qualcosa di esterno senza nemmeno sapere ciò che abbiamo dentro, e per scoprire chi siamo dobbiamo abbattere quelle gabbie invisibili che ci impediscono di essere noi stessi ogni giorno. Esatto: le gabbie invisibili, che noi non vediamo ma sentiamo ogni qual volta abbiamo paura di vivere la nostra vita a pieno.
E' ora di rompere queste gabbie, alzarsi la mattina, sorridere e dire:'Beh, sono ancora qui. Voglio chiedere scusa? Lo faccio. Voglio dire qualcosa a qualcuno? Lo faccio. Voglio pizza stasera a cena? La compro.'
Smettiamola di aver paura di noi stessi e iniziamo ad amarci, che non fa mai male.


F.P.

giovedì 13 febbraio 2014

Si vabbè, è un po' tardi, lo ammetto. Ma le foto di Turu mi hanno messo dentro una felicità particolare.
Ma scrivo comunque.

Dieci persone che hanno reso il mio Baumela 2013 speciale. Chiai. Credo che per lui ci siano poche presentazioni da fare: è partito col destino segnato, ed ha finito il campo ancora peggio. Dogate, letti rotti, canzoni (Bad Boys in particolare, ma ricordiamo anche ‘Chiai, superfantastico Chiai!’) hanno reso il mio campo felice e mi hanno aiutato a divertirmi davvero. Poi, a fine campo, gli ho chiesto scusa. Ha detto:’Non importa, ormai…’. Una risposta che dice tutto. Samuele Crispu. Lo conoscevo da tanto, tantissimo. Forse, però, non avevo mai avuto l’occasione di conoscerlo così bene. Sapevo che era scoppiato, ma lui mi ha fatto fare un passo in più. Ha reso le giornate in camerone migliori (soprattutto le nottate) ma per me è stato di più: un amico, un punto di riferimento su cui contare, sempre. Abbiamo vascheggiato, riso alla grande, spaventato gente durante i giochi notturni, fatto gavettoni, e alla fine anche alla pizzata eravamo affianco. Resterà quella frase, che mi ha detto a fine campo. ‘Sei un grande’. Amico vero, andrà lontano. Luca Pirarba. Le ragazze impazzivano per lui appena lo vedevano, ci mancava poco che urlassero e lo sbattessero a terra pur di riuscire ad attaccarci bottone. Ovviamente scherzo, ma credo che poco ci mancasse. Con lui è nato un rapporto tranquillo, che all’inizio era strettamente legato a discorsi sulle ragazze, poi pian piano è diventato qualcosa in più. E’ diventato quasi un essere fratelli, un confronto sempre più vivo, un’amicizia. Un’amicizia vera. Eleonora Mura. La conoscevo di vista, da quel venticinque aprile in cui avevo avuto occasione di scattarle qualche foto. Mi sono subito reso conto di come fosse fatta, ma è stato al campo che ho scoperto veramente com’era. Simpatica e bella, tanto bella, tant’è che i ragazzi con lei ci provavano a dismisura, una cosa esagerata. Ho pensato: prima che se ne vada questa ragazza avrà trovato un ragazzo. E invece no. Non si è messa con nessuno, e con la semplicità di un bambino era in grado di legare con tutti. Ma per di più, è stata umile: al contrario di quanto avrebbero fatto molte ragazze della sua età, non si è montata la testa ed è rimasta la stessa tutti i giorni del campo. Una cosa molto complicata, per tutti. E io l’ho apprezzato. Ho deciso che si, avrei dovuto farglielo sapere, con un bigliettino, in anonimo. Poi, però, la sera l’ho sentita parlare con qualcuno, e si chiedeva chi glielo avesse scritto. L’ho presa da parte e le ho detto che ero stato io. Mi ha abbracciato e ho capito: ho capito che era una ragazza d’oro. Chiara Turunen. Anche lei non ha bisogno di presentazioni. La conosco da tre anni, i tre anni in cui più di tutti la mia vita è cambiata. C’è ben poco da dire: mi è stata vicina quando la vita mi sembrava mi avesse puntato il dito contro, quando qualcuno aveva deciso di abbandonarmi e io mi sentivo solo come non mai. Quest’anno mi ha visto piangere di gioia dopo un anno terribile. Ha pianto con me, si è commossa e ha detto che ero uno stronzo, che non avrei dovuto farla piangere di nuovo. Ma, purtroppo per lei, non ci sono riuscito. Lucia Carta. Persona fantastica, capace di farmi capire cosa provavo dentro e di tirarlo fuori. Una volta finito il campo, sono entrato in Chiesa, a prendere la tastiera. C’era anche lei, e sono scoppiato a piangere di nuovo. Mi ha abbracciato: ‘Perché piangi?’. Le ho spiegato cosa avevo passato, ho pianto come non mai, mi sono sfogato e lei mi abbracciava, piangeva con me, piangeva nel sentire la mia storia. E ho capito che ne era valsa la pena ad andare avanti e non arrendermi davanti alle difficoltà, che quell’anno terribile era servito a rendermi più forte. Più forte di tutto e tutti. Serena. Mi conosce dalla quarta elementare, da quando io ero un mocciosetto che puntualizzava su tutto e lei era una adolescente effervescente. Non che l’effervescenza sia passata, quella non passa e non passerà mai, ma le cose sono cambiate. Siamo cresciuti, diventati diversi, forse migliori. Con lei il rapporto è sempre il solito: lei l’educatrice, e io il rompipalle. C’è poco da dire: passeranno gli anni, ma il nostro rapporto non cambierà mai. Mai. E forse è proprio per questo che le vorrò sempre bene. Laura Cordeddu. All’inizio non sapevo manco che fosse al campo. ‘Figurati se quella ragazza bella amica di Ale Deplano pensa di venire al campo, tz’; e invece mi sbagliavo. Non ricordo come ci siamo conosciuti, forse con la macchina fotografica: anzi, probabilmente. Ma non importa, questo; quello che importa è cosa si è formato dopo, cosa è nato dopo. All’inizio la vedevo come irraggiungibile, e forse è stato proprio questo senso di ‘irraggiungibilità’ (se così si può dire) a rendere il nostro rapporto speciale. Una persona fantastica, una persona di cui tutti, compreso io, avrebbero bisogno di avere affianco. Lei. Non voglio stare qui ad elencare tutto quello che mi ha insegnato la sua esperienza. Ma vorrei almeno dire perché per me lei è e rimarrà speciale. Lei è stata capace di sollevarmi, tirarmi di peso, risvegliarmi da un sonno che dentro sé aveva un incubo. Un incubo chiamato Michela. Lei è stata capace di strappare via quella sofferenza e rendermi un ragazzo nuovo. Ed è per questo che non la ringrazierò mai, anche se è andata male.
Nonno. Ho sempre avuto un rapporto speciale con lui e come sempre, prima di una nuova avventura, ci ho parlato. Avevo paura potesse andare tutto male, avevo paura che il mondo mi cadesse addosso, che lì tutto mi sarebbe potuto crollare sopra. Lui mi rassicurava, mi diceva che sarebbe andato tutto bene, che esperienze ne aveva fatto tante e che tutto sarebbe andato bene al momento giusto. Io mi fidavo ciecamente. Ma, in fondo, non ero poi così così convinto di ciò che mi diceva. Poi, dopo il primo giorno, ho capito che tutto sarebbe andato bene, che lui si, aveva ragione, che ci aveva visto bene. E allora subito l’ho chiamato, per farglielo sapere. E lui, come sempre, mi ha risposto:’Asi biu? Hai visto?’. Come il campo è finito, sono tornato a casa. E sono andato a trovarlo. Il suo sguardo, forte e intenso come non mai, mi guardava dritto negli occhi, attraverso quella fotografia. La sua tomba lucida, la data, quella data maledetta: 02 07 2012. Il mio volto, pieno di lacrime, come se quelle lacrime volessero ringraziarlo per tutto il bene che mi aveva donato in quel campo. E in fondo, da una persona così, tutti avrebbero qualcosa da imparare.

martedì 11 febbraio 2014

Lettera mai inviata.

Ciao. Chissà come stai, chissà dove sei e chissà cosa stai facendo. Io sono qui, di fronte ad un computer, a scrivere un epilogo che non avrei mai voluto scrivere. Sono qui con uno sguardo ritrovato dopo mesi di sguardi vuoti e persi. Sono qui da maggiorenne appena diventato, un paio di cuffie nelle orecchie e tanta voglia di ricominciare. Non ho più in testa Rivers flow in you, ho in testa Heart of courage. Non sono più convinto di inseguirti, non avrebbe senso, sprecherei la mia vita nel nulla. Ho deciso di ricominciare. Ho capito che non è tempo per noi e molto probabilmente non lo sarà mai. Ho smesso di considerarti e di credere in te, ti ho eliminata dalle mie giornate e dai miei pensieri. Ne avevo bisogno.

Eppure io mi ero illuso, mi ero illuso maledettamente, porca troia. Mi sono illuso quella sera quando ci siamo presi per mano, mi sono illuso quando camminavamo affiancati, noi due da soli, attorno a quel lago che non guarderò mai più con gli stessi occhi, mi sono illuso quando ti ho dato quel bigliettino così troppo piccolo e così troppo brutto con quella scritta che era diventata il senso delle mie giornate: 'Mi sono innamorato di te'.
Mi sono illuso e l'ho fatto con tutto me stesso. Ho continuato per mesi a impostare le mie giornate in tua funzione, ho continuato per mesi a guardare le tue foto e a dire che si, io ce l'avrei fatta nonostante tutto e nonostante tutti, che sarei salito da te e ti avrei regalato l'universo, che anche se non ci sentivamo più io avrei comunque fatto di tutto per averti.
Poi è arrivato il due novembre. Quel giorno in cui ho fatto cinque ore di viaggio solo per vederti e per passare qualche ora con te. E ho capito subito che non ce l'avrei fatta. O meglio: la parte razionale del mio cervello l'aveva capito, ma Francesco Podda non l'aveva capito. Ma la paura di perdere tutto con te era troppo forte, e ti ho detto che avevo superato tutto, che ormai era tutto passato e che non provavo più nulla. Ho mentito e ci sono riuscito anche molto bene, me ne sono convinto io stesso. Ma il colpo di coda che mi aspettava era troppo grande e troppo imprevedibile per uno come me.
Hai iniziato ad entrare nei miei sogni, e a farlo in maniera ossessiva. Tu non eri più un desiderio: stavi diventando un'ossessione, troppo grande da sopportare e da scacciare. Ti sognavo ogni notte ed ogni giorno, quando mi appisolavo dopo pranzo e quando mi coricavo la sera. Era un'ossessione: dovevo averti a tutti i costi. A tutti i costi. Alla fine ha vinto lei: la mia ossessione. Ho iniziato a studiare per la patente anzichè per la scuola nonostante ancora non potessi frequentare le lezioni di teoria, ho iniziato a pensarti dalla mattina alla sera, a spaccare vasi e addirittura pinze per il fuoco, mestoli, di tutto. Non accettavo che tu mi avessi eliminato in quel modo dalla tua vita: non era giusto, non me lo meritavo.
Due mesi. Due mesi passati a rivoltarmi insonne sul letto a pensarti, o ad addormentarmi, a non leggere sulla rubrica il nome di mia zia perchè era uguale al tuo, a vomitare quando sentivo il nome del tuo paese, a sentirmi male ogni qual volta mi saltassi per la testa a sconvolgere le mie giornate. Tre chili, quelli che ho perso in questi due mesi terribili, in cui non guardavo più in faccia le persone, perchè volevo guardare solo te, perchè quella depressione mista a nervoso mi stava uccidendo, perchè mi sparavo la salita più dura di zona senza nemmeno aver mangiato, fino a sentirmi male. Mi sono logorato il fegato a pensarti e ho mandato a puttane il mio anno scolastico per quei sogni da demente.

Poi ho capito che non sarei arrivato da nessuna parte. Il Francesco Podda che ancora credeva in qualcosa si è arreso, ma non perchè avesse perso la sua tenacia: è morto, sfinito, sotto i colpi di un'ossessione devastante. Ti vedo distante, lontana, vedo il nostro rapporto a puttane più che mai. Mi sono iscritto alla patente solo per inseguire il mio sogno: quel sogno roseo e fantastico che io identificavo in te. Ma evidentemente non era tempo per noi e non lo sarà mai. Eppure io mi sarei giocato tutto me stesso e tutto ciò che avevo. Ma forse non avevo capito nulla: non avevo capito che dovevo solo accettare la sconfitta. Perché è stata una sconfitta che io non accettavo proprio, quella di averti perso.
E forse non l'accetterò mai per davvero.

martedì 14 gennaio 2014

Droga.

C'è chi si distrugge con l'alcool. C'è chi preferisce il fumo. Oppure chi preferisce le droghe: leggere o pesanti, da sniffare o da fumare, o da farsi in vena. C'è chi lo fa per sfizio, e c'è chi lo fa per stress, per non accettare una realtà che non riusciamo a sopportare, perché non si ha più voglia di andare avanti.
Si, lo ammetto. Anche io mi drogo. Mi drogo, mi drogo fino a non reggermi in piedi, fino a sentirmi male. Fino a perdere il contatto con la realtà. Ci sono sere nelle quali pensi che la tua vita sia stata bugiarda, che non ti abbia dato ciò che tu ti sei davvero meritato. Pensi a rimpianti, rimorsi, alcuni troppo forti da sopportare: quando perdi un'opportunità forse più grande di te. Vuoi prendere a calci qualcosa, qualsiasi cosa si trovi davanti a te. E inizi a voler perdere il contatto con la realtà: ti dirigi verso l'ingresso di casa tua e prendi la tua droga. Esci.
Scendi giù, attraverso la strada, dritto verso il centro. Ma prima di girare verso la piazza, giri a sinistra, e imbocchi una rampa di un chilometro e mezzo al venti per cento di pendenza. Digrigni i denti come un cane ringhiante. Parti a tutta.
Spingi sui pedali della tua droga, la sollevi quasi, ti rialzi, spingi, rilanci. Fiato corto, pulsazioni a mille. Dopo soli cinquecento metri sei già a tutta ma continui a spingere. Ti alzi, spingi, rilanci, ti risiedi. A tutta. Continui ancora e ancora, ti si annebbia la vista, stai per vomitare, ma continui, con la luce arancione dei lampioni che sembra cambiare colore. Stringi i denti e continui a spingere nonostante tutto, perché ti vuoi distruggere, perché vuoi sentirti male, lo vuoi tu e basta. L'acido lattico ti attanaglia i muscoli ma continui.
La salita finisce. Ti fermi.
Ti rovesci. Non capisci più nulla, non hai più fiato ne gambe. Sei coricato in terra. Distrutto. Incapace di rialzarti: vomiti tutto quello che hai in corpo. Incapace di trovare forze per muovere anche solo un dito, incapace. Incapace di rimetterti in sella alla tua droga: la tua bicicletta.

lunedì 6 gennaio 2014

Trentaquattro giorni.

'Mancano trentaquattro giorni'.
'Trentaquattro giorni?'.
'Oh si, trentaquattro giorni'.
Guardo il calendario di fronte al mio letto. E' il sei Gennaio. Faccio rapidamente i conti.
'Da quando in qua fai il conto alla rovescia per il mio compleanno?'.
'Non sarà soltanto il tuo compleanno, figlio mio'.
'E cosa sarà? Mamma, sono ancora addormentato, non ho voglia di pensare'.
'Ieri abbiamo chiamato il centro traslocchi. Il giorno del tuo diciottesimo compleanno ci trasferiamo nella casa nuova. Sei contento?'.
Silenzio.
'Beh, non rispondi?'.
'Io il giorno del mio compleanno non sarò in paese'.
'Come sarebbe a dire?'.
'Hai sentito bene'.
Inutile continuare a scrivere le domande senza risposta che sono seguite.
Vaffanculo. Vaffanculo tutto. Non ci sarebbe stato modo migliore per rovinare il mio ingresso nel mio mondo degli adulti. Questa casa, questa casa che non è nostra di proprietà ma è nostra con il cuore, è la mia vita. Questa casa dove abito da quando sono nato è la mia casa. Non quella. Quella è un ammasso di mattoni deformi che io odio con tutto me stesso, dal primo all'ultimo. Questa casa no: questa casa è parte di me, questa casa sono io. Ci ho pianto, ci ho riso, ci ho litigato, sono impazzito, qui. Questa è la mia casa.
No, non voglio andarmene. Non voglio andarmene da questo posto. Preferisco morire, che andarmene, ma voglio rimanere qui. Voglio attaccarmi ai muri e non staccarmi più, voglio essere anche io un mattone perfetto nella casa della mia vita, voglio essere anche io una mattonella, voglio essere anche io un pezzo di cemento, di impasto collante. Voglio viverci fino a morire, in questa casa. Non voglio andarmene. Oh no, non voglio.
Questa casa vuota non sarà più la stessa. Il giardino senza i cani che abbaiano come pazzi o senza i ricci che ogni tanto scassano le palle non sarà più un giardino. Io voglio starci, in questo posto così bello. E vaffanculo, minacciami, sparami, ammazzami, ma io da qui non me ne vado. E in quella casa così buia, così fredda io non ci vado. Me ne rimango in strada, piuttosto. Mi accamperò da qualche parte. Ma lì, no.
Sono impotente. Impotente davanti ad un destino che è più forte di me. Qui, la mia casa, via Mazzini 131; lì, quella casa, via Mazzini 31. Mio bisnonno, padrone di quella casa, nato il 10 Febbraio 1912; io, nato il 10 Febbraio 1996.
Ma no, non voglio andarmene da qui. Dovrò farlo e sarà il giorno più brutto della mia vita. Lo so: lo so che starò male per mesi a non avere più l'aria calda del convettore affianco, starò male per mesi nell'abbandonare questi muri imbiancati con tanta cura da me stesso e queste mattonelle rosee. Non sarò più io.
Oh no: non sarò più io.

sabato 4 gennaio 2014

Le crisi. Ne ho passate tante e di tutti i colori, ne ho passato diverse e quasi tutte differenti, ne ho passate a decine e sono tutte passate, più o meno in fretta. Ma stavolta, stavolta no.
Credo di essere morto. Incapace di ridere davvero, chiuso in me stesso e poco espansivo, incapace di parlare e avere una vita sociale decente, incapace di fare battute e di rispondere ad esse; incapace, forse, di vivere. Già, credo proprio di essere così: incapace di vivere. E non esiste persona più vuota di chi voglia di vivere non ne ha più.
Sono sotto scacco. Sotto scacco da chi da me ha visto solo e soltanto il bene, sotto scacco da una società e un modo di vedere il mondo che mi stanno uccidendo, sotto scacco dal mondo stesso. O molto più semplicemente, sotto scacco da me stesso. Ho paura che questo scacco sia matto. Di certo, se non lo è, lo sta diventando, e non riesco a reagire, non ci riesco proprio. Sto cadendo in una voragine e non riesco più ad aggrapparmi alla mia vita, a quella vita felice e spensierata che avevo, a quella vita bella e così piena di soddisfazioni. Il mio mondo si sta chiudendo dietro ad un cazzo di barattolo di cinque pollici e mezzo, e non ne esce. Non riesce ad uscirne.
Non credo di avere amici veri. Sono utilizzato da qualsiasi persona a cui dono un briciolo di fiducia. Chissà come sarebbe la mia vita se ne avessi anche soltanto uno, di amico come fratello. Forse avrei più fiducia in me stesso. Non ho mai amato nessuno e non credo ci riuscirò mai. Però quanto vorrei provare ad amare una persona, quanto vorrei sorridere e gridare al mondo la mia libertà, quante volte ci ho provato e non ci sono mai riuscito. E chissà se un giorno o in un'altra vita ci riuscirò.
Spero solo di rialzarmi e di tornare a guardare la gente negli occhi. Ne ho bisogno. Ma se non ci riuscirò, beh: sarà finita.

giovedì 2 gennaio 2014

Primo articolo del 2014.

2 gennaio 2014. Incominciamo questo nuovo anno parlando di una situazione odiata, tanto odiata e incompresa da noi ragazzi: sto parlando di FRIENDZONE.
La FRIENDZONE, per chi non lo sapesse, è il termine utilizzato da noi ragazzi per definire il rifiuto di un eventuale relazione d'amore giustificata dalla seguente frase: 'Io ti vedo come un amico'.
Già, un amico. Solo e solamente un amico. Per noi ragazzi non esiste un limite invalicabile con le ragazze tra amicizia e amore, tranne se la ragazza in questione è tua sorella naturalmente, e di conseguenza il comportamento diventa totalmente incompreso; la friendzone è talmente odiata da noi ragazzi, che addirittura anche MTV ha deciso di farne un programma televisivo.
Ma vediamo un po' di analizzare il problema comparandolo ad un colloquio di lavoro. Il ragazzo rappresenta colui che si presenta al datore, mostrando il suo valido curriculum e la sua esperienza. Ecco, la risposta 'Ti vedo come un amico' utilizzata dalle ragazze, equivale alla seguente risposta data dal datore di lavoro:
'Lei dispone di tutti i requisiti necessari per essere assunto in questo posto di lavoro, ma noi non la assumeremo. Tuttavia, useremo il suo curriculum come base di comparazione per tutti gli altri pretendenti al posto, ma assumeremo qualcuno che sarà sicuramente meno qualificato di lei e magari anche un po' alcolizzato; e se poi quest'ultimo non dovesse andarci bene, assumeremo qualcun'altro, ma non si preoccupi, non sarà lei. In ogni caso, di tanto in tanto la chiameremo per lamentarci della persona che abbiamo assunto, senza comunque darle nessuna possibilità di lavoro.'
Credo basti.
Ragazzi, comunque siano le vostre possibilità di beccare la friendzone, non arrendetevi. Ci sarà un giorno in cui questa sarà sconfitta e noi ci riverseremo in strada tutti assieme a festeggiare con bottiglie di Champagne degli anni cinquanta. Si, non demordete, quel giorno arriverà, prima o poi. E saremo tutti felici e contenti.
Si, dai. Non sarà tra tanto: solo quattro o cinque vite. Forse. Ma siccome, fino a prova contraria, gli umani di vita ne hanno solo una: ragazzi, arrendetevi. La friendzone è troppo forte per noi.