sabato 19 luglio 2014

La vittoria più grande.

Ancora una curva, una salitella, e sarei arrivato a casa. Mancavano poche ore alla terza gara più importante della mia vita, e quel giorno nonostante fosse festa avevo deciso di rientrare prima, proprio per preservare le mie energie per la gara del giorno dopo. Pensavo fosse un di quei rientri a casa uguali agli altri, ma qualcuno, in quella strada, mi aspettava.
Un ragazzo in sedia a rotelle, assieme alla sua ragazza, scendeva da quella stessa strada che io stavo facendo in salita: era Marco, mio cugino. Da circa un anno aveva avuto problemi al midollo osseo della colonna vertebrale: un problema che, giusto il tempo di diplomarsi, lo aveva debilitato ben presto, riducendolo a vivere senza l'uso delle gambe. Di lì a poco aveva affrontato tutta una serie di problemi: interventi, tempi di recupero, riabilitazione. Cazzo: era un sacco di tempo che non lo vedevo.
'Ciao Marco!'.
'Ciao Franci! Come stai? Da quanto tempo senza vederci!'.
'Da molto davvero! Io sto bene. E tu?'.
'Lentamente si riprende, io sto meglio!'.
'Grande! Ma state uscendo adesso?'.
'Si! E come mai tu stai già rientrando?'.
'Io domani ho una gara di bici, mi conviene rientrare presto, altrimenti farò una bella figura di merda!'.
'Macchè, ma stai tranquillo!'. Mi toccò la spalla: 'Vai Pantani, sei fortissimo!'. Mi guardò sicuro, con uno di quegli sguardi di chi sa darti fiducia in un millesimo di secondo.
'Magari essere come Pantani!' sorrisi. 'Io darei l'anima per essere come un gregario di Pantani!'.
'Tranquillo: vedrai. Domani mi darai ragione'.
Ci salutammo. Tornai a casa: mi coricai.
Il giorno dopo arrivò in fretta. Nastri di partenza. Microchip, appello ai partenti: pronti, partenza, via.
Partii a tutta: sensazioni bellissime. Riuscii a tenere il ritmo dei migliori senza scannarmi, senza fiatone, con una pedalata agile e leggera. Poi arrivò la discesa: il terreno più difficile per me. Qui gli avversari mi staccarono, uno dopo l'altro. Ma poi tornò la salita: ben sette chilometri e mezzo, otto di pendenza, la salita più adatta per uno come me.
Troppo facile dire che ripresi e staccai gli avversari uno per uno, troppo facile dire che stavo benissimo. Tagliai il traguardo per primo, fottendomene di alzare le braccia al cielo, fottendomene del podio e delle premiazioni. Volevo vedere mio cugino: lui aveva avuto ragione, lui aveva azzeccato quel pronostico, non so come e non so perchè, ma lo aveva azzeccato. Ed io glielo dovevo dire.
Lo beccai in giro, quella sera. Mi avvicinai, con un sorriso a cinquanta denti, nonostante un uomo, tutti quei denti, non li abbia.
'Marco: ho vinto. Avevi ragione!'.
'Te l'ho detto io! Ascolta tuo cugino grande ogni tanto, che non ti fa male!'.

*          *          *          *

Mancava un giorno all'ultima prova del mio esame di terza media: la prova orale. Sarei voluto essere seduto su una scrivania a studiare, sarei voluto essere rinchiuso in una stanza con i libri davanti, sarei voluto essere già lì: a dare l'esame. Ed invece ero in mezzo ad un corteo di più di mille persone che camminava lento e costante. Davanti a questo corteo c'era una macchina, dentro questa macchina c'era mio cugino. Avrei voluto parlargli, dirgli che non era giusto, che non era ora e che avevo bisogno di lui, che doveva essere a bordo strada a tifarmi, che doveva vivere la sua vita, che doveva essere il Marco che io avevo sempre conosciuto. Ed invece, chiuso dentro quella macchina, si preparava a fare il viaggio più lungo della sua vita: quello in un mondo che non era più il nostro.
Tanta gente piangeva, quel giorno: bambini, ragazzi, anziani, uomini e donne. Io no: ero letteralmente incazzato nero. Chiunque avesse architettato che Marco se ne andasse dal nostro mondo era una fottutissimo coglione. Non potevo accettare che lui se ne andasse così, senza poter fare nulla per aiutarlo, senza poter fare nulla per dargli una mano, senza poter fare nulla di nulla.
Resteranno le lacrime della ragazza. Resteranno le parole di dolore di quella grande donna che era sua nonna. Resterà il dolore ineccepibile della mamma. Resterà il silenzio del padre e del nonno. E, dentro me, resterà il mio incazzo: l'incazzo di chi sa di aver perso una delle persone migliori della propria vita.

*          *          *          *

Avevo appena finito una gara: ero sul lungo argine a San Vito, quel viali utilizzato fino a quel momento per tutti gli arrivi di gara. Sembrava una gara qualunque, ma ad aspettarmi, al traguardo, c'era qualcuno. Qualcuno che mi mancava da morire: era mio cugino.
La location era diversa. Ma le parole erano le stesse.
'Vai Pantani, vai che sei il più forte, vai e non farti scoraggiare dagli avversari'.

Mi svegliaii, quella mattina. Mancavano quattro giorni alla gara che avevo preparato più di tutte, provando più e più volte il percorso. Preparazione di gara che, a due settimane, sembrava sprofondata nel nulla: una caduta mi aveva rovinato tutto. Non avrei dovuto fare quella gara, non ero abbastanza preparato. Ma qualcuno, in sogno, quella notte di quattro giorni prima la gara, mia aveva parlato. Marco, cazzo, era Marco, mi aveva parlato: era Marco. Mi aveva detto in sogno quelle stessa parole di due anni prima, me le aveva dette con la stessa energia e con la stessa forza: era Marco.
Decisi: faccio la gara. La faccio e fanculo tutto il resto: la faccio per Marco.

Nastri di partenza. Microchip e appello ai partenti. Pronti, partenza, via.
Sensazioni bruttissime. Fatica, cuore in gola: ero in pianura ma mi sembrava di essere in salita. Salita che, dal canto suo, arrivò dopo qualche chilometro. Tornanti micidiali, fiato corto. Trovai un po' di ritmo ma non era abbastanza: sono dietro, molto dietro.
Poi la strada spianò. Rilancio l'azione, riprendo due, tre avversari: sono terzo. Spingo a tutta, fottendomene dei chilometri mancanti. Ma incontrai il terreno meno adatto a me: la discesa.
Sigle track, o meglio: sentiero mulattiera. In quei due o tre chilometri il cuore saliva in gola per l'ansia di essere ripreso dagli avversari. Marco, aiutami, cazzo, ti prego, aiutami tu. Continuavo a spingere a tutta, pregando che quelli dietro di me non mi raggiungessero.
Poi l'imprevisto. Dietro una curva che non ti aspetti, troppe pietre e sassi in mezzo al sentiero: la mia bici, troppo rigida di telaio e di sospensioni, non poteva reggere un colpo del genere. Iniziai a sbandare: destra, sinistra, destra, sinistra. Avevo perso il controllo della mia bicicletta. Chiusi gli occhi. Aspetto l'urto con il terreno.

Ma quell'urto non arrivò. Non arrivò la caduta, non arrivarono le escoriazioni e le pestature. Non arrivò nulla. La mia bicicletta, non so come, non so perchè, si era rimessa in asse. Il pensiero fu chiaro, fu per lui.
'Marco, sei grande'.
A volte il destino fa brutti scherzi, ti porta via le persone migliori della tua vita senza pietà, fottendosene del dolore e delle lacrime, della nostalgia e della malinconia che il loro addio porta nella tua vita. Ma quelle persone, dal canto loro, forse rimangono sempre con te, a farti compagnia quando tutto sembra andare male, quando tutto sembra perduto, quando la tua vita sembra essere persa. Quando in un giorno qualunque, in una gara qualunque, la tua competizione sembra finita per una caduta che tu non avevi previsto. Ed in quei momenti lì, così strani e pieni di tensione, così brutti e rischiosi, intervengono e ti danno una speranza in più, una marcia in più, una possibilità in più.
Non so cosa sia successo nel momento più misterioso della mia vita, quel momento. Darei fior di quattrini per avere un replay di quell'istante della mia esistenza, solo per cercare di capire che cosa sia successo. Ma credo che questo non sia possibile, così come non sarà possibile sapere come, quella bicicletta si sia rimessa in asse in un modo così strano. Ma di una cosa sono sicuro: Marco, in quel momento, ci ha messo il suo zampino.


Al traguardo fui terzo, senza allenamento e senza preparazione, con i dolori della caduta di due settimane prima ancora vivi e fastidiosi: ma terzo, su un podio che a me sapeva di vittoria. La stessa vittoria che tu, caro cugino, mi diedi quel giorno, la stessa che ottieni ogni giorno nella vita delle persone: quella di farne parte nonostante tu, fisicamente, non ci sei più.
E credo non ci sia vittoria più bella di chi, lasciato questo mondo, vive dentro le nostre vite ogni giorno che passa. Ogni giorno di più.

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